16 anni e 363 giorni. Equivalgono a 16 anni e 363 notti. Quando ti succede qualcosa di assurdo, prima o poi capita di risognartela e svegliarti sudato fradicio. Perdere contro una squadra NBA al supplementare, avanti di 3 a 18" dalla fine, quando ancora dall'altra parte c'erano Ewing, Oakley, Jackson, Vandeweghe (e non Jakobsen, Swift, Gasol e Navarro), con una tripla che cancella i 47 minuti e 40 secondi precedenti, non deve garantire sonni tranquilli. Qualche volta, in una di queste notti di questi quasi diciassette anni, Sergio Scariolo ha avuto l'incubo di quel Mc Donald's Open. Ha aspettato, pazientemente; forse aveva anche pensato che non avrebbe mai potuto avere la sua rivincita. L'occasione è giunta, Malaga si è portata anche sul +15 nel terzo quarto prima di subire un parziale devastante che l'ha riportata a -9 nel quarto periodo. Sette punti in due azioni di Davor Kus, play incompetente ma risolutore questa volta, Memphis che si disunisce (e le cagate finali portan la firma di Gasol e Navarro, tanto per cambiare), Malaga si ritrova. Gli ultimi secondi durano 17 anni e 363 giorni (in realtà anche quasi in termini letterali...), 102-99 per gli iberici.
Sergio Scariolo meritava questo successo, perché veramente il Mc Donald's del 1990 fu un trauma. Anche chi poteva odiare la Scavolini Pesaro quella sera in soggiorno cantava i cori per Darren Daye, Ario Costa e Darwin Cook; lo meritava perché è un bravo allenatore, perché è uno di quelli che ha capito che in Italia non c'è gran futuro, in un mondo che riconferma questo ct per altri due anni dopo le catastrofi degli ultimi tre. Lo meritava perché non si può perdere in quel modo contro una squadra NBA, quando ancora la NBA aveva effettivamente un significato.
Carlos Ruf, o Ruuf, può essere visto come l'esempio. Bello vedere Malaga vincere, indipendentemente dalla nazionalità della squadra, per due motivi: il primo è che esiste ancora un fascino latente nelle sconfitte di squadre/nazionali NBA; il secondo è che Navarro e Gasol, nel cuore, avevano l'impressione di aver fatto una mezza figura di merda. Tutto sommato questa Unicaja-Grizzlies (così come Lottomatica-Raptors, o le partite della NBA Europe Live dell'anno passato) non ha avuto il sapore di quelle sfide del passato: una delle più belle fu l'ultima apparizione ufficiale di Magic Johnson prima di dichiarare pubblicamente la sieropositiva all'HIV: a Parigi Bercy, i Los Angeles Lakers sconfissero in finale la Joventut Badalona di due punti, 116-114. Dalla panchina dei catalani spuntò questo lungagnone, piuttosto malsagomato e sgraziato, che infilò sette punti in un amen rilanciando i suoi (in difficoltà). Successo mancato per un pelo, ma all'epoca era più bello. Oggi siamo abituati, gli USA vengono legnati regolarmente dal 2002, nella NBA gioca Pavlovic, un italiano è andato alla numero uno assoluta, l'MVP è un tedesco. All'epoca c'era Divac nei Lakers, e di là era visto come qualcosa di esotico e di qua come qualcosa di fantascientifico. Oggi, appunto, il leader di Memphis è Pau Orthez Gasol, nemmeno quel Mike Miller che è davvero un gran bel giocatore. Bello davvero vedere la gioia dei malagueños, non si può negare la gioia amplificata anche dall'andamento della partita (inizio pessimo, rientro di Malaga, allunghetto di Malaga, allungone di Malaga, crollo di Malaga, resurrezione, ascesa ai cieli). Però non è stato come quando spuntava Carlos Ruf, o Ruuf, e metteva quasi spalle al muro da solo i Lakers...
Jimenez. Ecco, ci fosse stato Jimenez la partita andava guardata con una gigantografia di Elvis dietro al televisore e dopo aver adottato a distanza un orso grigio del Parco di Yellowstone.
Gli ammerigani. La cosa curiosa è che la partita è stata decisa anche dal contributo di Boniface Ndong, zompatore senegalese di prim'ordine, in campo nonostante diversi punti di sutura a un dito. Il finale è suo, compresa la correzione in tap-in del tiro sghembo di Kus. Il dubbio è che Ndong, di fronte ad avversari seri in Eurolega, possa giocare assai peggio rispetto a questa sera. Era il suo mondo, atleti, saltatori: di là c'era un plausibile omologo, Stromile Swift. Stromile Swift è il peggior giocatore di basket della Terra. Chiunque vi venga in mente, anche un qualunque cesso di Malta, del Belgio, della Norvegia, sarà meglio di Swift. Poi Swift schiaccia, per carità, probabilmente toccherebbe il ferro se questo fosse a quattro metri e mezzo d'altezza. L'emblema è un'entrata in cui si è ritrovato costretto ad appoggiare al tabellone: Petroulas, nobile ala del campionato greco transitata per tutte le peggiori squadre di quel campionato, era assai più elegante. E segnava, almeno col 40%. Swift ha sparato un missile mancino contro il tabellone (in seguito quasi sfondato da un elegante tentativo di schiacciata di Milicic, ingiustamente fischiato dai tifosi malagueños), rischiando la lussazione di tutta la parte sinistra del corpo. Quando va in lunetta, lo spettatore medio vorrebbe in quel momento Podestà. Che stilisticamente, per percentuale, per tutto, tira i liberi meglio di Swift. E sa anche giocare a pallacanestro, attività da cui Swift dovrebbe essere esentato.
Alcune cosette da panzaniere per chiudere... quanto ha influito l'assenza di Jiri Welsch nella vittoria di Malaga? ... questo è un quiz, veramente impossibile. La domanda è semplice, la risposta esatta è data da una delle tre soluzioni possibili: "quali sono i giocatori che hanno protestato maggiormente con gli arbitri?" 1) Pau Gasol e Juan Carlos Navarro; 2) Juan Carlos Navarro e Pau Gasol; 3) Due ex del Barcellona che giocano nei Memphis Grizzlies.
