C'era una volta, tanto tempo fa, una Signora Squadra. Completamente fuori dal mercato, nel senso che nacque in risposta all'avanzare (a suon di finali persa, a dirla tutta) economico e sociale - senza acquisizione dei modi nobiliari - della Fortitudo. I primi movimenti, dopo le ridicole annate komazecchiane, portarono a Bologna lo sconosciutissimo Nesterovic e l'eccellente gallico Rigaudeau: straordinario ma da testare ai livelli che quella squadra si imponeva. Poi, un viaggio a Bologna a salutar gli amici di un signore che doveva riflettere su 23 milioni di dollari in 7 anni offerti da Larry Bird in persona, cambiò la storia. Sasha Danilovic disse sì, dopo due anni di NBA: duemilionicentomila dollari, si mormorò. Plausibili. Di là i figli del proprietario imposero la scelta di Dominique Wilkins, vincitore dell'Eurolega due anni prima, poi in grado di ricevere un doppio e ricco salario, quello regolare dei San Antonio Spurs e la buonuscita del Panathinaikos. Sgradito all'Europa, sgradiva l'Europa, finì alla corte di San Felice. Con lui Rivers, Moretti, Attruia, oltre ai ben noti Myers e Fucka. L'unico colorato in Virtus fu Amaechi, tagliato dopo poco tempo. Il Black Power contro l'europeissima Virtus. Due filosofie, due scuole, due mentalità differenti. Da una parte, Bianchini; dall'altra, Messina, di ritorno dal periodo azzurro.
Non partì benissimo l'annata bianconera, 58-78 a Treviso in SuperCoppa, una gran legnata come legnate erano i liberi dell'impacciato Nesterovic. Poi la Virtus iniziò a martellare, una serie interminabili di vittorie nonostante il debutto cilecco in Eurolega, contro l'ex squadra di Le Roi, che fece immediatamente pensare all'ennesimo tracollo europeo imminente. Anche l'Europa si raddrizzò, Virtus leggera e imbattibile, Fortitudo che ogni tanto soffriva e pagava dazio. Fino a quando si ritrovarono, nei quarti di finale. Prima del previsto, la grande sfida la si aspettava in finale. Giunse prima, senza Rigaudeau e con l'assenza dell'ultimo istante, Wilkins stiratosi in diretta tv nel turno di campionato precedente la doppia - o forse tripla - sfida.
La bilancia, in equilibrio, andò in favore della Virtus quando arrivò l'ora di Savic. Fallaccio su Fucka, reazione dell'italosloveno con palla lanciata verso il serbo, Abbio alla carica, Myers nel mezzo a prendersela con Danilovic. Fuori tutti e quattro, con squalifica. Spogliatoi anche per l'intera panchina della Fortitudo e Morandotti, rei di aver violato il rettangolo di gioco durante il rissone. Finì 5 contro 3, ovvia vittoria Virtus, due giorni dopo il ritorno avvelenato. Torna Wilkins, non Rigaudeau; Messina si inventa il quintetto con Abbio, Sconochini e Danilovic esterni, di là dentro Vidili, incredibilmente produttivo. La Effe si porta avanti, si vede anche Binelli giocar da ala piccola, il secondo tempo è quello del muraglione Virtus, che concede appena 20 punti alla Fortitudo e conquista Barcellona. La storia racconterà di quella prima volta, dieci anni dopo l'ultimo titolo europeo a ranghi completi vinto da un'italiana. La Virtus ribissò nel 2001, ma Pana e Maccabi scelsero un'altra strada, tripudio di una squadra fantastica ma pur sempre inibito dell'ecumenismo non trovato tra FIBA e ULEB.
Si andò per lo scudetto, rivincita nazionale per il neuroderby e per la Coppa Italia, vinta dalla Fortitudo proprio contro la Virtus. Primo trofeo nella storia, dissero "la nostra Coppa Italia vale più della vostra storia". Esagerazioni di cortile, indice di una rivalità mai così forte. Serie sulle 5, V-F-V-eventualmente F-eventualmente V. Questo l'ordine. Si andò alla quinta, come prevedibile: vittorie esterne, poc'altro; la quarta era la più attesa, match-ball interno per la Fortitudo, paracadutisti pronti a calarsi dalle soffittature del PalaMalaguti e magliette già stampate. La Virtus recuperò con una semplice 2-3, azzerando gli ultimi dieci minuti della Fortitudo, che si vide la palla scudetto, scagliata da Wilkins, cigolare due volte sui ferri interni prima di andar via. Quinta a Bologna, quella Virtus. Copione simile, Danilovic minimo e azzerato dalle caviglie, fino al gran finale. Ancora zonaccia, quella bulgara, e il subentrato coach Skansi ad abbandonarsi a pochezze tattiche. Si arrivò all'ultimo minuto con la Virtus distrutta dall'inseguimento e la Fortitudo impaurita dal ritorno. Potrà andare come pochi giorni prima, o la legge dei grandi numeri impedirà il ripetersi del rimontone?
"Non credo ai miei occhi", scriveva un tale, in bianco e blu. 27 secondi e mezzo, +3 Fortitudo, due liberi per Fucka, dentro il primo, fuori il secondo. Chiusa, forse. Abbio prende il rimbalzo, va lui di là, passaggio consegnato a Danilovic, due palleggi, la sospensione da sette metri, il canestro. Con un fischio, per quella mano di Wilkins allungatasi troppo, a toccare o meno il corpo dello Zar non si sa. Per Zancanella è fallo, il libero del pareggio entra. C'è ancora tempo, però: Rivers si lancia, attorniato da quattro bianconeri, concludendo tristemente la sua azione palleggiandosi su un piede. "E veramente, chi da una vita soffre per la Fortitudo, in questo momento ha tutto il diritto di pensare di essere nato sfigato" commentò in diretta Pungetti, storica voce biancoblu. L'ultima palla la gestì Abbio con una fregnaccia, prima del supplementare. Come proseguì è risaputo, la Fortitudo annichilita dal Tiro non riuscì a reagire, concedendo opposizione parrocchiale ad una Virtus che fino a 20" dalla fine era spalle al muro. Danilovic chiuse con il celebre inchino la serie finale più bella di sempre e una stagione indimenticabile. La chiuse da Zar.
Curioso, sicuramente. Inquietante no, perché ad inquietare possono essere gli utili sociali. Si rimanda, nei tempi addietro, al cupo periodo che seguì il Grande Slam della Virtus e più precisamente al bieco crollare bianconero verso lo spettro del curatore fallimentare. All'epoca vedemmo alcune tracce di anormalità comportamentale, tra i bisognosi d'aiuto psichiatrico che non seppero vedere l'incombente catastrofe, dando estrema fiducia al babao a cui stava sfilando tra le dita il (recente) impero finanziario e altri, dall'atteggiamento prezzolato e mercenario. Poche le voci fuori dal coro, in grado di comunicare alle genti bianconere e non il futuro avariato che attendeva la casa dell'Arcoveggio: alcuni giornalisti, un sito satirico che sbandierava con dileggio le brutture della dirigenza e dei suoi miserabili seguaci. Nella categoria delle penne, in regime da lista di proscrizione, uno si ritrovò con quattro gomme a terra e un biglietto non propriamente conciliante sul parabrezza. Un altro si vide tolto l'accredito e la dignità professionale, per volere della follia di qualche stolto. Pochi resistevano al fianco del condottiero in groppa al suo cavallo di cristallo: a parte i mentecatti, tra i famosi seguaci e reduci del deserto di miniabbonamenti per le top16 di Eurolega v'erano che un manipolo di legionari, oppositori della lotta partigiana, fedeli repubblichini da tre soldi. Gente come Giuda, personaggio storico dalla moralità venduta per trenta denari. Chissà, come andò. Chissà se quella fedeltà ebbe un prezzo.
Ad oggi, ecco la curiosità, la Virtus esiste ancora. Sicuramente non ha lo stile del passato, sicuramente non ha i miliardi del periodo con targa Kinder. Sicuramente l'attuale condottiero ha commesso e commette errori grossolani, non soltanto per aver demolito una squadra da finale scudetto trasformandola in una barzelletta itinerante. Passi per i pupazzi, le magliette rosa, gli occhiali scuri in presentazione, i caffé degustabili in ogni angolo del mondo. Chiudendo un occhio e mezzo si nota che, se la Virtus esiste ancora per la FIP, i meriti vanno ad una persona che seppe sconfiggere organismi e istituzioni politiche che, nell'estate 2003, sotto la spinta di club potenti e club di neoricchi, misero la V-nera di fronte al plotone d'esecuzione. Quel che non si comprende, sono le ragioni per cui repubblichini, proscrittori, mercenari e pariolini-del-circeo oggi sono in prima linea nell'inneggiare al boicottaggio, all'andare al mare, alla contestazione, al non versare la ricca quota sociale d'abbonamento.
Se l'offerta fosse stata buona, o semplicemente fosse stata fatta, si parlerebbe d'altro e l'antagonismo oggi sarebbe appoggio incondizionato. E' la dignità ad essere crollata ma, si sa, difficile tener sotto controllo la stupidità umana. Uno non stupido, rimarrebbe nascosto, parlerebbe poco o meglio non parlerebbe per niente. Lo stupido invece si mette in mostra, una volta passato lo tsunami del ludibrio. L'imbelle coalizione mercenaria è tornata a sbraitare, ignorando i dettami del silenzio. Malfattori di professione, (s)venditori di madri e squadre, cialtroni illimitati. Taluni gli dan pure retta mentre sviliscono intelligenza, onestà, grammatica e sintassi nelle loro esternazioni circeopariolinee. Fosse stato per loro, non ci sarebbe stato nessun proprietario da contestare, oggi, ma soltanto un patrimonio messo all'asta dopo il sequestro da fallimento. Si sappia.
Perché ben pochi hanno avuto il coraggio di ammettere di aver gufato Siena alle Final Four di Madrid, nonostante la semifinale vedesse la Minucci Band (o Gang, che dir si voglia) impegnata con l'insopportabile Maccabi Tel Aviv?
A proposito di questa cricca di ignoranti, parvenus della destra bolognese, fancazzisti, evasori fiscali, come mai ai tempi della vergogna prefallimentare di Madrigali erano gli ultimi estremi legionari a difendere il Bastione di Riale, mentre ora sono in prima linea nel criticare l'operato di Sabatini? Sarà mica perché... a pensar male si fa peccato, ma spesso s'azzecca, diceva Andreotti. Uno tra l'altro molto più onesto di questi pariolin-buzzurri.
Come mai la Fortitudo nella storia ha sempre la capacità di qualificarsi all'ultimo secondo dell'ultima classifica avulsa per svenimenti, tragedie, catastrofi altrui, portando seco meriti zero?
Si è mai vista una squadra pescare inizialmente quattro americani scarsi, indisponenti e cialtroni come ha fatto la Virtus di quest'anno con Conroy, Anderson, Holland e Spencer?
Ad un anno dai playoff 2006/07, perché è assodato il fatto che a Righetti avrebbero anche potuto sparare nella schiena, che tanto gli arbitri non avrebbero mai fischiato quel fallo contro Siena all'ultimo secondo di un tempo supplementare con il punteggio in parità?
La grande programmazione della Virtus prevedeva a suo tempo che le due principali rivali della LegaDue 2004/05 (Capo d'Orlando e Montegranaro) oggi fossero nel tabellone dei playoff con i bianconeri relegati ad una salvezza matematica alla quartultima di campionato?
La grandezza di Ettore Messina, ignorata soltanto dal minorato mentale summenzionato e da qualche fortitudino ancora devastato dalle annate del Neuroderby, del Tiro e del Grande Slam, è ormai conclamata dal capolavoro fatto con Jon Robert Holden?
Non ha rappresentato una notevole limitazione alla goduria il fatto che il CSKA abbia affrontato in finale il Maccabi anziché la Montepaschi, per quanto i gialli siano detestabili?
E' possibile che un parziale di 40-59 in venti minuti (che sarebbe pure 37-59, considerando l'ultima bomba ormai a babbo morto) sia attribuibile soltanto a quegli "stronzi di arbitri ULEB assoggettati alle lobby ebraiche e minacciati dal Mossad prima della partita"?