Avellino si riprende quanto le fu tolto anni addietro, quando il 20-0 sacrosanto contro la Fortitudo (che non aveva schierato il numero minimo di italiani, avendo ricacciato Mancinelli a casa per malanni presunti) venne negato dalle varie giudicanti: nonostante le testimonianze sul dolo, la diedero vinta agli aquilotti. La Fortitudo sacratina, in campo, è molto simile a quella martinelliana. Tutto questo, ipotizzando una panoramica globale (Calori, Parterre, Nannetti), è molto gustoso.
Ma è l'altra Bologna ad essere interessante, in attesa dei Cementi di Gloria di Sacrati (musichina di Vangelis per betoniera, cazzuola, spartito tridimensionale su plastico modello nuovo palasport; il tutto in attesa di "Missing", sempre di Vangelis): due anni di bianconero con Markovski in panchina, il "Visionario" che concludeva le partite con i quattro piccoli, che si inventava Giovannoni ala forte oppure Drejer play. Una Virtus che, a parte le disgrazie del primo anno (dovute probabilmente più alla bidonaggine di gente come Bluthenthal, successivamente idolo fortitudino, piuttosto che alle invenzioni dello stesso Zare), non ha accatastato argenteria in cassaforte ma ha disputato un'ottima stagione: a quattro anni dall'emblema del Vecchio Stile (quando il Partito Nazionale Fascista e Forza Italia - non così distanti in realtà - si alleano), una gran botta. E oggi la Virtus è tornata in Eurolega ed è 1-0. Inutile tornare sui quintetti, sui rimbalzi offensivi concessi con Gongolo, Mammolo, Pisolo, Brontolo e Giovannoni pivot in finale di Coppa Italia. Acqua passata. Non era una Virtus che giocava bene. In attacco, pick'n'roll, pick'n'roll, pick'n'roll; in difesa, rotazioni esasperate e schieramento Mar Rosso, le acque che si aprono. Però c'erano motivazioni, inculcate da Markovski probabilmente.
Gioca bene quest'anno la Virtus? No. L'Anderson visto con lo Zalgiris è stato indubbiamente eccezionale, tiri impossibili a segno ed è stato lui l'artefice del successo. Tiri fuori equilibrio, canestri di talento, istintivi, mezzo secondo dopo il superamento della metà campo da parte del playmaker. Un passaggio, tiro. Anderson è in serata, si vince. Anderson becca la serata da 6/16, e la Virtus le prende. Trattandosi di Anderson e non di LeBron James, è plausibile che i 6/16 saranno comunque frequenti. In tutto questo, inutile parlare di Holland, al cui confronto Anderson è Mario Capecchi. Holland, normalmente, dovrebbe già essere imbarcato su un pedalò e rispedito in America, oppure ceduto agli Honka Playboys o al Magnitogorsk. Uno che si comporta in una certa maniera, che interpreta il basket in una certa maniera, non ha diritto ad appelli: giustizia sommaria, fuori dai coglioni. In realtà non doveva nemmeno arrivare.
Quali squadre europee hanno ottenuto risultati importanti avendo un'impostazione di marca prettamente americana? Nessuna. Nel campionato italiano le squadre made in USA sono quelle che se la bargagnano tra il sesto e il dodicesimo posto, quando una "provinciale" azzecca tre americanotti da 150mila dollari, si parla di "stagione memorabile" per il raggiungimento dei quarti di finale. Ed è l'inevitabile per questa Virtus, sebbene Conroy e soprattutto Spencer sembrano essere estranei al concetto basagliano del Rucker Park importato da Holland e Anderson. Sono americani, ma un pelo più furbi. Ed è così che diversi ceri vanno accesi in onore di quelli che non hanno il talento di Anderson, ma danno sempre un contributo - forse non eccelso - ma costante. I Chiacig, i Garri, i Giovannoni: i mestieranti della pallacanestro che non hanno la mentalità del "ghe pensi mi tanto son più forte"). Rimane la domanda: Markovski criticato, giustamente, per l'impostazione tattica data alla squadra; che dire di Pillastrini, che comunque ha scelto di affidare la squadra a quattro potenziali cavalli pazzi (per fortuna solo due erano autenticamente basagliani), consapevole comunque che in Europa si gioca a pallacanestro e i campi sono in parquet. Cemento e retina in catenella caratterizzano lo stato primitivo di un altro sport, una robaccia che prende il nome di NBA.
La Virtus, l'anno passato, fece una stagione della Madonna oppure una stagione di merda? Secondi posti plurimi, alcuni meritati - anche se va detto che Bologna in campionato sarebbe dovuta arrivare seconda dietro Roma se i maggiorenti del basket italiano non avessero deciso diversamente - perché l'avversaria era più forte, altri meno. Il quintetto con Gongolo, Mammolo, Pisolo, Eolo e Giovannoni pivot nei minuti conclusivi della finale di Coppa Italia gridano ancora vendetta, anche perché le V-nere persero proprio per un paio di rimbalzi offensivi che chiunque che non fosse un attore di "Minis" (non quelli del Vecchio Stile Virtus, gli ariani di un metro e quarantadue) avrebbe preso. Markovski saluta la compagnia, Milano lo abbandona, Natali abbandona Milano, Corbelli mette all'asta il giocattolo delle Scarpette Rosse, da anni vilipese da personaggi agghiaccianti.
Milano, miserabile ultima del campionato italiano in buona compagnia (Napoli e Treviso), è probabilmente stata la peggior squadra della stagione appena iniziata: nel senso che nemmeno nei bassifondi della A2 greca si è visto qualcosa di talmente vomitevole. Ma nemmeno nel Liechtenstein, in Lussemburgo, nelle Indie Occidentali. La nazionale di Guam è molto meglio dell'attuale Olimpia. Markovski responsabile? Presumibilmente sì, Zare concausa tecnica del cesso sbandierato come pallacanestro in queste settimane. Però a Markovski va anche detto che il contesto milanese non era uno dei più semplici: ambiente di stampo arcoreggio (non Arcoveggio), tra Milano da Bere, residuati socialisti, quadri che vanno e vengono. Una finale scudetto da quando sono arrivati i soldi, persa contro Basile, Douglas e Repesa; un'Eurolega a prenderne 30 in casa dai polacchi, e poi? Fine. Questo è il palmares della Milano in jeans. Facevano notare una dozzina di coach diversi in una dozzina d'anni: benissimo, come fa una società, una squadra, a definirsi "seria" quando cambia direzione tecnica ogni dodici mesi. Oppure a stagione in corso, ricostrurendo, ripartendo, buttando via il pregresso? Non si può, è impossibile. Questo ha fatto Milano e continua a fare da diverso tempo oramai. Dieci anni, forse più. Andando a ritroso, sarebbe opportuno dare un'occhiata a quale fu l'ultima Milano vittoriosa: era la squadra della programmazione, di un cammino nato anni prima. Non era Milano, era Trieste.
Non riesce a star buono e la Virtus è sempre un bel casino. Se però il casino fa schiattare di rabbia fortitudini e madrigalisti, è un casino positivo. Questa volta persino a Cantù se la son presa a male. Brevemente: la Virtus, la vigilia dell'incontro con la Tisettanta, annuncia l'esclusione dalla rosa dei quattro mori americani. "Motivi disciplinari", si leggerà. Spencer, Holland, Conroy e Anderson sono rei di aver violato il coprifuoco notturno: punizione giusta, esemplare. Non è che uno debba per forza fare il cazzo che vuole. Se ci sono delle regole, è giusto rispettarle, anche se la lezione può costare sconfitta e due punti alla squadra: una discreta berciante parte del pubblico Virtus non ha gradito. Ecco perché Forza Italia è il primo partito in Italia: furbacchioni, evasori, tragattini e ignoranti generici sono dappertutto e hanno la maggioranza relativa, forse assoluta.
Taluni si fiondano alla SNAI a sbattere il bigliettone sulla vittoria canturina, altri si ritrovano con la partita in naftalina. Poi le spiegazioni, la notte tra sabato e domenica riempite da chilometri di brillanti opinioni di fede biancoblu o nostalgico-madrigalista, ed infine l'annuncio: dopo un incontro chiarificatore, voluto dai quattro americani, i giocatori sono reintegrati. Scenderanno in campo al Pianella, con multa (che finirà all'AGEOP).
La Virtus vince, comodamente, Holland protagonista ricoperto di saliva briantea. A parte il finale, gara mai in discussione. Si fiondano i fortitudini, il cui meriggio era stato reso amaro dalla partitaccia con Siena; se la Montepaschi avesse giocato in maniera normale, avrebbe vinto di 40 (ma si sa, il cultore dell'Aquila è uno che ammira Thomas e Bagaric...). Straparlano della dignita di Sabatini, della Virtus. Le tipici argomentazioni assenti. Si elevano i canturini, più che altro seccati perché contro mezza Virtus sarebbe stato un +30, ed invece è andata male. Si celano i nostalgici-madrigalisti, quelli che "Sabatini è uno stronzo, Sabatini è un buffone, Sabatini è una testa di cazzo", però per la loro visione bachechistico-elitaria ammutoliscono di fronte alla sconfitta. Anzi, gioia.
...e simultaneo inizio di Euroleague America Live, con Panathinaikos, Maccabi e Zalgiris a rimediar figure da cioccolatai negli States. La tournee europea di Celtics, Grizzlies e Raptors si è conclusa a Madrid, con il doppio incrocio Capitale Spagnola - NordAmerica. Se il povero Estudiantes poco ha potuto con i Memphis Grizzlies (bizzarrie americane: sarebbe come mandare allo sbaraglio Upim Bologna o Legea Scafati contro la NBA: perché mostrare al grande pubblico il Pietrus scemo, mentre il CSKA Mosca e l'Olympiacos Pireo riposano allegramente?), il Real Madrid è diventata la quinta squadra europea a trionfare con una franchigia pro. Quattro, non cinque (il Maccabi è Asia). Di queste quattro, tre spagnole: Barcellona l'anno scorso, a cui si sono aggiunte Unicaja e Merengues. L'Italia rimane a guardare, la speranza è che Veltroni possa dimettersi da sindaco di Roma quanto prima, in modo da non dover più sopportare la tristissima Lottomatica contro gli americani. Beh, dice che non ci siano squadre italiane in grado di contrastare il potere statunitense: in effetti è vero. A parte la Montepaschi, talmente provinciale da rinunciare al torneo Alphonso Ford (vergogna!), non c'è molto. E Siena, comunque sia, non avrebbe fatto una figura molto migliore degli studenti madrileni.
La festa degli spagnoli. Staranno sui coglioni per mille motivi, ma ieri a Madrid sia Calderon, sia Garbajosa, sia Navarro, sia Gasol hanno ricevuto grandi applausi, nonostante appartenessero più a Barcellona che alla capitale castigliana. Molto bene, un atteggiamento ammirevole che è andato oltre le rivalità di campanile. Esattamente quello che succede in Italia, quando Bargnani - in maglia azzurra (quindi nemmeno come "avversario"), dal pubblico romano riceve caterve di fischi per il suo tradimento (in effetti, meglio diventare giocatore a Treviso o a Roma?) e per una presunta mancanza di rispetto a Tonno Tonolli in un arcaico incontro di campionato. Il provincialismo acuto, l'italianità, il solito discorso di Roberto Baggio che trascorre metà carriera in squadrette come Brescia e Bologna, e l'altra metà in panchina perché deve giocare Recoba.
Nei quintetti, si parla di Real Madrid - Toronto Raptors, nonostante la prima sia una squadra spagnola e la seconda ne abbia due a roster, non c'era nemmeno un autoctono: curiosamente, il Real buttava nella mischia Tunceri in play (che è riuscito a non essere il peggior regista della partita, si veda in seguito), un Pelekanos piuttosto emozionato - in grado però di riscattarsi segnando la tripla del primo vantaggio madrileno nel terzo periodo e meritando il riconoscimento del "play of the game" con il contropiede da lui ispirato e concluso - e l'abominevole belga Alex Hervelle. Curiosamente, come per Malaga-Memphis, l'assenza di un giocatore odioso ha reso ancora più semplice lo schierarsi: fuori Jimenez per Malaga, fuori Filippo Reyes per Madrid. A uno viene da ridere, con sadismo: giocare contro una squadra NBA è comunque un sogno per ogni giocatore di basket. Vincere contro una squadra NBA, va ben oltre il sogno comune per ogni giocatore di basket. Jimenez e Reyes hanno saltato le partite con la squadra NBA, e i compagni hanno vinto. Sono umani pure loro, non possono essere esattamente felici, no?
Si diceva di Tunceri, che si sa essere scarso. Poverino, perché crocifiggerlo ulteriormente? Idolo della serata, peggior giocatore, colui che ha affossato i Raptors, è T.J. Ford. Il regista di Toronto è il tipico giocatore che non capisce un cazzo. Holden, Di Bella, Calderon, Spanoulis sono comunque più intelligenti di lui. Persino Hervelle, se giocasse play, sarebbe più furbo. E' riuscito a sbagliare tutto, forzando in continuazione: aiutato dal talento (indubbio) ha segnato alcuni canestri da ovazione, ma sempre occasionali, casuali. E' riuscito anche a buttare via la palla dell'ultima speranza dei Raptors, dopo aver firmato - con la sua semplice presenza in campo - il tracollo della squadra. E' stato il migliore per il Real quando le Merengues hanno messo la testa avanti, ha contributo a cementare l'inerzia madrilena. Un vero idiota. Ma veramente idiota. Totalmente idiota. C'è chi lo ama. Sam Mitchell lo ama, però sulla palla persa da minorato mentale nel finale si è scomposto pure il coach di Toronto, in preda ad una crisi di nervi. L'alternativa è Calderon. A Toronto hanno come play T.J. Ford e Calderon: come cazzo fa Bargnani a non essersi ancora suicidato (e questo vale anche per Parker e tutti gli altri della squadra, ad eccezione di Bosh).
Per concludere degnamente questo NBA Europe Live Tour, il quintetto semiserio. Ci sono stati anche qui dei bei protagonisti...
Davor Kus (Unicaja Malaga): avete presente Nikos Zisis? E' esploso definitivamente all'AEK. Prima perché Horace Jenkins fu cacciato e Nikos si ritrovò titolare nei playoff, l'anno dopo perché l'alternativa era proprio Davor Kus. Il croato era destinato a partire in quintetto, uscì dal quintetto già al torneo estivo di Gressoney, dove l'AEK era in ritiro. Veramente impresentabile; non è che sia migliorato molto negli ultimi tre anni, per qualche motivo inspiegabile è però divenuto un giocatore dal gran mercato. Uomo aggiunto per i Grizzlies, ha avuto i suoi 15" di gloria (nell'ambito di una partita da 2/7 da due e 3/7 da tre): triplone e triplone con fallo. 7 punti in pochi secondi, Unicaja nuovamente in partita e trionfo finale. Come quindici secondi ti cambiano la vita.
Sergi Llull (Real Madrid): questo compirà vent'anni tra un mesetto. Non che vent'anni siano sedici, però nel basket di oggi forse può considerarsi "giovane". Sconosciuto ai più, è stato l'MVP di Real Madrid-Toronto Raptors. Ma MVP vero, ovvero giocatore di sostanza (17 punti in 15 minuti con 4/6 da tre) e di impatto. Con lui il campo, il Real Madrid giocava meglio e i Raptors hanno sofferto le pene dell'inferno. La Spagna ha trovato un play, e questa non è una buona notizia. Cabezas, Calderon e Sergio Rodriguez ci avevano abituato troppo all'idea che la Spagna avesse soltanto registi incapaci. Llull, palindromo all'ennesima potenza (e all'ennesima consonante), è davvero interessante.
Mike Miller (Memphis Grizzlies): pur praticando l'obiezione di coscienza sulla NBA è anche opportuno riconoscere il buono di quella Lega. Miller è presumibilmente l'unico giocatore bianco e non europeo-sudamericano forte al mondo. Uno si chiede... ma perché uno così deve stare a perdere del tempo in una franchigia in cui gioca Stromile Swift, destinata quindi a miserabili risultati? Gli 8.250.000 dollari annui, in effetti, possono essere una ragione valida, ma è anche vero che in Europa si sparano stipendi sopra i 3 milioni di euro. E si danno a Papaloukas, Jasikevicius e Greer (sic!). Il CSKA avrebbe messo sul piatto una gran cifra per Kirilenko, perché non offrirla a Mike Miller? Un paio di limousine, una dacia sul Mar Nero, 5 milioni di euro (che al netto delle tasse sono più di 8.250.000 verdoni) e la soddisfazione di vincere qualcosa a fine stagione.
Andrea Bargnani (Toronto Raptors): 16.3 punti, 5.7 rimbalzi, 10/18 da due, 6/9 da tre nelle tre partite dei Raptors in Europa. Statistiche discrete, non eccezionali. Statistiche sobrie, ottime percentuali, buona presenza, canestri importanti. Rimane italiano, quindi gregario per eccellenza, però l'Andrea ha dimostrato di poter sempre più essere un fattore. Tutto questo nonostante le difficoltà intrinseche di Toronto, ovvero il dover sopportare due registi mentecatti, e le difficoltà intrinseche del suo DNA. Tuttavia è andato a rimbalzo, ha risposto "presente" alla chiamata. Lui c'è, è il miglior giocatore italiano. L'Italia dovrebbe valorizzarlo. Tutti a criticarlo per l'Europeo sottotono, come se le responsabilità fossero soltanto sue, debuttante assoluto - seppur di lusso. Ecco uno che avrebbe meritato di nascere in Spagna, o in America da genitori greci.
Lazaros Papadopoulos (Real Madrid): il look alla Sébastien Chabal gli si addice parecchio, il lungo greco è decisamente inquietante all'aspetto. Anche in campo, in effetti, non è rassicurante. Dopo aver trascorso un'estate a litigare con chiunque nella federbasket greca per qualunque stronzata, disputando Europei da coltello, Lazaros è tornato. I soliti movimenti assurdi, in cui pare poter stramazzare al suolo ogni volta che ha la palla in mano, il solito semigancetto di palmo - destro o sinistro - che si infila a canestro. Nel finale è stato commovente, riuscendo a contenere T.J. Ford (che è idiota, ma comunque più veloce di Papadopoulos) in palleggio. E' riuscito a rimettere in partita i Raptors con una schiacciata sbagliata, in una situazione di cinque contro tre perché Parker e Garbajosa si erano appena scontrati di cranio rimanendo incoscienti per un quarto d'ora. Tipico esempio di uno che se pensasse soltanto a giocare a basket, non staremmo nemmeno a discutere su chi vincerà. La sua squadra, a prescindere.
Ebbene sì, l'idolo delle folle biancoblu è stato nuovamente eletto al termine del conclave: James Thomas Papa. Il conclave fortitudino è stato tipicamente aquilesco (da qui l'etimologia, "quello è proprio un'aquila", usato per sbeffeggiare qualcuno e dargli dell'imbecille in bella maniera): sconfitta interna con Scafati, fine dell'imbattibilità in campionato (alla terza giornata...). James Thomas, ovvero Jacomus Tommasus Papa, ha catturato 22 rimbalzi. 11 davanti e 11 dietro: 12 punti e 34 di valutazione. Buona partita, indubbiamente. Ogni minuto e mezzo che è rimasto in campo, Thomas ha catturato una carambola. Non è poco.
Oddio, ne han catturati parecchi anche il venezuelano Romero (13), il paisà Joel Francesco Salvi (8) e il danese Michelone Andersen (8). E l'ha vinta un belga dal nome russo: Dimitri Lauwers (22 anche per lui, ma punti): nonostante questo, per le aquile dell'Aquila, è benedizione, santificazione, ascesa ai cieli. Ma Tommasus è uno vero, uno che infiamma il Tempio Biancoblu, indipendentemente dalle sue colossali amnesie difensive che lo rendono più assente della povera Dacic: la difesa sul pick'n'roll di James Thomas è matematica quanto il rimbalzo del papa nero biancoblu: 2 punti, 2 punti, 2 punti, 2 punti, eccetera. In saecula saeculorum.
16 anni e 363 giorni. Equivalgono a 16 anni e 363 notti. Quando ti succede qualcosa di assurdo, prima o poi capita di risognartela e svegliarti sudato fradicio. Perdere contro una squadra NBA al supplementare, avanti di 3 a 18" dalla fine, quando ancora dall'altra parte c'erano Ewing, Oakley, Jackson, Vandeweghe (e non Jakobsen, Swift, Gasol e Navarro), con una tripla che cancella i 47 minuti e 40 secondi precedenti, non deve garantire sonni tranquilli. Qualche volta, in una di queste notti di questi quasi diciassette anni, Sergio Scariolo ha avuto l'incubo di quel Mc Donald's Open. Ha aspettato, pazientemente; forse aveva anche pensato che non avrebbe mai potuto avere la sua rivincita. L'occasione è giunta, Malaga si è portata anche sul +15 nel terzo quarto prima di subire un parziale devastante che l'ha riportata a -9 nel quarto periodo. Sette punti in due azioni di Davor Kus, play incompetente ma risolutore questa volta, Memphis che si disunisce (e le cagate finali portan la firma di Gasol e Navarro, tanto per cambiare), Malaga si ritrova. Gli ultimi secondi durano 17 anni e 363 giorni (in realtà anche quasi in termini letterali...), 102-99 per gli iberici.
Sergio Scariolo meritava questo successo, perché veramente il Mc Donald's del 1990 fu un trauma. Anche chi poteva odiare la Scavolini Pesaro quella sera in soggiorno cantava i cori per Darren Daye, Ario Costa e Darwin Cook; lo meritava perché è un bravo allenatore, perché è uno di quelli che ha capito che in Italia non c'è gran futuro, in un mondo che riconferma questo ct per altri due anni dopo le catastrofi degli ultimi tre. Lo meritava perché non si può perdere in quel modo contro una squadra NBA, quando ancora la NBA aveva effettivamente un significato.
Carlos Ruf, o Ruuf, può essere visto come l'esempio. Bello vedere Malaga vincere, indipendentemente dalla nazionalità della squadra, per due motivi: il primo è che esiste ancora un fascino latente nelle sconfitte di squadre/nazionali NBA; il secondo è che Navarro e Gasol, nel cuore, avevano l'impressione di aver fatto una mezza figura di merda. Tutto sommato questa Unicaja-Grizzlies (così come Lottomatica-Raptors, o le partite della NBA Europe Live dell'anno passato) non ha avuto il sapore di quelle sfide del passato: una delle più belle fu l'ultima apparizione ufficiale di Magic Johnson prima di dichiarare pubblicamente la sieropositiva all'HIV: a Parigi Bercy, i Los Angeles Lakers sconfissero in finale la Joventut Badalona di due punti, 116-114. Dalla panchina dei catalani spuntò questo lungagnone, piuttosto malsagomato e sgraziato, che infilò sette punti in un amen rilanciando i suoi (in difficoltà). Successo mancato per un pelo, ma all'epoca era più bello. Oggi siamo abituati, gli USA vengono legnati regolarmente dal 2002, nella NBA gioca Pavlovic, un italiano è andato alla numero uno assoluta, l'MVP è un tedesco. All'epoca c'era Divac nei Lakers, e di là era visto come qualcosa di esotico e di qua come qualcosa di fantascientifico. Oggi, appunto, il leader di Memphis è Pau Orthez Gasol, nemmeno quel Mike Miller che è davvero un gran bel giocatore. Bello davvero vedere la gioia dei malagueños, non si può negare la gioia amplificata anche dall'andamento della partita (inizio pessimo, rientro di Malaga, allunghetto di Malaga, allungone di Malaga, crollo di Malaga, resurrezione, ascesa ai cieli). Però non è stato come quando spuntava Carlos Ruf, o Ruuf, e metteva quasi spalle al muro da solo i Lakers...
Jimenez. Ecco, ci fosse stato Jimenez la partita andava guardata con una gigantografia di Elvis dietro al televisore e dopo aver adottato a distanza un orso grigio del Parco di Yellowstone.
Gli ammerigani. La cosa curiosa è che la partita è stata decisa anche dal contributo di Boniface Ndong, zompatore senegalese di prim'ordine, in campo nonostante diversi punti di sutura a un dito. Il finale è suo, compresa la correzione in tap-in del tiro sghembo di Kus. Il dubbio è che Ndong, di fronte ad avversari seri in Eurolega, possa giocare assai peggio rispetto a questa sera. Era il suo mondo, atleti, saltatori: di là c'era un plausibile omologo, Stromile Swift. Stromile Swift è il peggior giocatore di basket della Terra. Chiunque vi venga in mente, anche un qualunque cesso di Malta, del Belgio, della Norvegia, sarà meglio di Swift. Poi Swift schiaccia, per carità, probabilmente toccherebbe il ferro se questo fosse a quattro metri e mezzo d'altezza. L'emblema è un'entrata in cui si è ritrovato costretto ad appoggiare al tabellone: Petroulas, nobile ala del campionato greco transitata per tutte le peggiori squadre di quel campionato, era assai più elegante. E segnava, almeno col 40%. Swift ha sparato un missile mancino contro il tabellone (in seguito quasi sfondato da un elegante tentativo di schiacciata di Milicic, ingiustamente fischiato dai tifosi malagueños), rischiando la lussazione di tutta la parte sinistra del corpo. Quando va in lunetta, lo spettatore medio vorrebbe in quel momento Podestà. Che stilisticamente, per percentuale, per tutto, tira i liberi meglio di Swift. E sa anche giocare a pallacanestro, attività da cui Swift dovrebbe essere esentato.
Alcune cosette da panzaniere per chiudere... quanto ha influito l'assenza di Jiri Welsch nella vittoria di Malaga? ... questo è un quiz, veramente impossibile. La domanda è semplice, la risposta esatta è data da una delle tre soluzioni possibili: "quali sono i giocatori che hanno protestato maggiormente con gli arbitri?" 1) Pau Gasol e Juan Carlos Navarro; 2) Juan Carlos Navarro e Pau Gasol; 3) Due ex del Barcellona che giocano nei Memphis Grizzlies.
La verità è che doveva succedere, perché non è possibile ripensare al fatto che la Effe potesse disputare nuovamente una stagione come quella dell'anno scorso, in cui c'era sempre lì da stare attenti a quello che poteva succedere con M... Ma... Mart... beh, non riesco a dirlo ma si è capito. Sono già trascorse due giornate del campionato e siamo in testa, insieme alla Montepaschi e a Cantù, il che significa che dopo due giornate il campionato ha già la sua nitida impronta su come potrebbe essere il suo svolgimento. La verità è che c'era grande voglia di rinascita dopo una stagione che comunque ha garantito la soddisfazione di mandare nella NBA il Belì, giocatore tra i più seriamente candidati a ricoprire il ruolo di rocky dell'anno. Tutta la fiducia della squadra è nel nostro nuovo proprietario-presidente, che è riuscito in pochi giorni a cancellare come dopo il passaggio di uno spazzaneve, il male assoluto portato dalla fraudolenza abruzzese. Lo stesso grande Zio Gil ha inaugurato un discorso economico sulla società di grande valore, che potrebbe portare l'Aquila ad essere la prima società in Italia e forse nel mondo in grado di crearsi in autonomia un suo business di autofinanziamento, e si parla di cifre non da poco per il mantenimento in vita di una realtà mediocre o modesta. Il progetto che include palasport e attività connesse, potrebbe valere 300 milioni di euro a sentire il nostro Zio Gil, e va dato l'atto che a lui bisogna credere, perché fino a qui non ha sbagliato niente e ha mantenuto ogni promessa, senza dimenticare il fatto che ha costruito una squadra veramente da scudetto. Ponendo 300 milioni una cifra da collocare in varie maniere nell'investimento, nulla può vietare che nel giro di pochi anni ci sia una Super-F in grado di competere economicamente ad armi pari con le potenze imbottite di dracme (Olympiakos e Panathinaikos), narcorubli (CSKA), pesete (Real Madrid, Barcellona), ridando quindi alla squadra quel ruolo di dominio nazionale ed europeo conquistato tra il 1999 e il 2004, quando la Effe ha disputato ben tre Finals Fours in sei anni. Ciò è ciò in cui il nostro Sacrati, oggi primo in classifica con due vittorie convincenti e maturate col carattere e quella voglia di soffrire e dare l'anima tipica del modus comportamendi della Effe, quella che ci ha fatto innamorare nei lontani anni '70, ci sta tornando a restituire: una Grande Fortitudo, ovvero una squadra in grado di imporre non soltanto il suo gioco, la sua superiorità tecnica, ma l'essenza stessa di quello che è, ovvero una squadra con la miglior tifoseria italiana che non significa i 5014 manichini di gesso di Castelmaggiore, perché basta un aquilotto per azzittire i cento coniglietti sventolatori di portafogli che lasciano il palazzo prima che la partita finisca per non rimanere in bottigliati nel traffico. 2 vinte in 2 partite, oggi la Effe è tornata soltanto a quello che le appartiene per diritto acquisito: la chiave del successo, della vittoria, di essere una grande società italiana ed europea. Dopo i brutti mesi con il Fraudolentiere al comando, torna ad esistere una vera Effe, quella a cui tutti portano rispetto.
Gary S.
Il sito della Virtus ospita una notizia tanto bizzarra quanto interessante: "In occasione delle sfide di Eurolega, Virtus Pallacanestro Bologna organizza un road show con l'obiettivo di far conoscere e promuovere le eccellenze del territorio". Immediatamente la prima immagine che spunta tra i pensieri è quella di Peppone con gli amici comunisti di Brescello che offre al capo del kolchoz sovietico prosciutto di Parma, una forma di Parmigiano Reggiano (la "capeliera") e svariate bottiglie di lambrusco.
I sovietici regalarono a Brescello un trattore (il "Compagno Trattore Russo"), e tra varie insuperabili gag, alla fine viaggio e gemellaggio ebbero regolare luogo, nonostante i truffatori brianzoli in grado di ingannare il Don Camillo stesso e lo sciopero della fame del curato contro l'iniziativa dei comunisti del paese. Con le stesse prerogative, oggi la Virtus si imbarca alla volta di Vitoria, Mosca ed Atene con il suo carico di specialità: che si faccia il gemellaggio, perdiana!
Niente prelibatezze emiliane, ma occhiali di tendenza (un po' truzza, va...) per plasmare pubblico ed imprenditoria russa; pareti divisorie, scaffali e banconi per aiutare i greci a mettere ordine nella loro incasinatissima città; per soddisfare le curiosità culinarie degli stranieri, dadi e conserve. Nella Spagna basca gradiranno...
La delegazione bianconera scenderà dall'aereo e troverà i bambini del posto intenti ad intonare le celeberrime note di "Nel blu dipinto di blu" di Modugno, lo stesso benvenuto ricevuto in URSS dai predecessori di Brescello. Poi avverranno episodi poco edificanti, tipo una poco edificante "Di Provenza il mar, il suol..." nell'esecuzione di Spahija, una gara di pesca Macijauskas contro Blizzard, Greer contro Di Bella, Shortsanitis contro Crosariol. Il culmine in quel di Mosca, la gara della vodka tra i grandi capi, il sindaco Sabatini contro il capo del kolchoz Kuschenko.
Il nuovo corso della Virtus accentua sempre più il suo tono nazional-populista, dopo un'estate trascorsa più nell'impopolarità che nel populismo, sebbene la quota tessere stagionali abbia superato quota 5000, dando quindi ragione al Sabba. Nonostante la vicenda Di Bella-Michelori, la lunga attesa nel completare la squadra all'insegna del "non abbiamo fretta", scelte forse discutibili con il pacchetto di lunghi made in Italy e il pacchetto di corti made in Basaglialand. Eppure, ancora una volta, il Sabba ha visto giusto: la risposta della gente è giunta, quella degli sponsor pure. I modi... il trattamento ricevuto da Markovski non è stato esattamente dei migliori. Coach controverso, però preso a pesciacci in faccia a pochi giorni da dichiarazioni di amore. A Michelori, nazionale e giocatore che mai si è tirato indietro, andava fatta un'offerta seria e rispettosa, perché un professionista non se ne fa nulla di un proprietario-datore di lavoro che gli porta l'acqua in ospedale. Tutte le ambiguità di una Virtus popolar-populista, davvero simile nell'aspetto al mondo paesano di Peppone ma anche reazionariamente aziendalista: la Virtus è così, una commistione tra la Festa dell'Unità (salamelle e colesterolo fritto) e una convention tra Forza Italia, sindacati confederali e Confindustria (una via comune per inchiappettare cittadini e lavoratori).
Si chiude in un mesto pomeriggio ortonese l'avventura delle ragazze di Lambruschi, disintegrate dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia e condannate quindi all'esilio. Non che ci sia molto da dire, sull'Italia e sulla pallacanestro femminile in genere. Buono l'orario, e organizzatori mica stupidi a collocare le Azzurre a metà pomeriggio, con possibilità di diretta integrale senza la concorrenza di Cucuzza o Cecchi Paone. Forse eccessi di visibilità, perché le italiche bimbe pochi giorni orsono hanno gustato l'oro pallavolistico, e se le prospettive sono quelle di avere il successo di una Kathrin Ress, la scelta sulla disciplina sportiva da praticare non sarà delle più difficili.
Kathrin Ress, appunto, un simbolo: forse in Trentino - Alto Adige è meglio lasciar perdere con la pallacanestro; il fratello Thomas e il lungo Lechtaler sono la risposta maschile alla lunga azzurra, ammirevole per combattività ma sinceramente impresentabile: contro la Serbia, squadra che palesemente giocava contro l'allenatore o la federazione perché è assolutamente impossibile far così ribrezzo, la nostra Kathrinona si è trovata sola sotto canestro, palla in mano, l'avversaria più vicina a circa sei metri ed è riuscita a scaraventare sul tabellone un siluro dal destino inevitabile, ferro e rimbalzo difensivo serbo. Questa gioca nella WNBA... in effetti l'Italia sotto canestro non era propriamente malviagia, perché alle raffinatezze della Ress si alternava la delicatezza di Dubravka Dacic, sublime menatrice di fendenti che - se imparasse a difendere, ovvero a capire che c'è una parte del gioco in cui attaccano anche le altre - ha i numeri per diventare un buon centro a livello internazionale. Contro la Repubblica Sovietica di Bielorussia nei primi minuti in cui è stata in campo ha segnato 7 punti e le avversarie hanno patito la sua presenza in area. Giustamente, coach Lambruschi con l'Italia in vantaggio grazie soprattutto all'incredibile variabile tattica del "dare la palla al pivot", l'ha tolta (e la partita è finita lì).
9/32 da due, 8/34 da tre. Non stiamo parlando di Arsen Iliasov, bensì di Raffaella Masciadri, ex WNBA, stella nazionale. La "gemella" di Laura Macchi, anch'ella inguardabile (3/23 da tre): doveva essere l'Europeo del loro talento, di una sorta di consacrazione. Non c'è stato niente da fare, Italia tradita in parte anche da Francesca Zara, in grado di alternare belle giocate a cagate memorabili, con la pecca che le cagate son quasi sempre giunte nei momenti in cui serviva qualcosa di utile.
Torneo comunque divertente, in cui la demenza italiana ha avuto un'ennesima conferma al termine del 2° quarto di Italia-Bielorussia, quando con 2.1" sul cronometro e rimessa azzurra da fondo campo il time-out ha partorito lo schema più improbabile a meno di non avere Belov sotto canestro: lancio lungo, tiro rapido. Il lancio è stato lungo, e si è schiantato contro la parete corta del palazzetto di Ortona. Rimessa bielorussa, sotto il canestro italiano. Due secondi e un decimo da giocare: si gioca in casa, il tavolo darà una mano. La sovietica riceve, tenta uno sfondamento alla Chabal, otto passi, tiro, tabellone, canestro. Quelli del tavolo sono riusciti a raddoppiare la durata di due secondi...
Qualcuno ha notizie di Valeria Zanoli? la poveretta, nel primo tempo, è stata colpita in maniera violentissima da un oggetto volante non identificato, durante una splendida azione di gioco corale: purtroppo la RAI ha negato il replay, a velocità normale non si è capito molto. Forse, a colpire la Zanoli è stato un passaggio-palla di cannone da mezzo metro; inquadrata in primo piano, la play mostrava i segni inequivocabili dello scontro frontale con un meteorite. Fateci sapere...
Era da tempo che non si leggevano dichiarazioni del buon vecchio Myers, il "cialtrone", il "perdente", il "rompicoglioni" che dir si voglia. Uno che, nel bene o nel male, qualcosa ha comunque fatto indipendentemente dalle antipatie personali o di cuore sportivo; il Tartufon non è esattamente il modello di glacialità degli ultimi possessi e la mensola del suo caminetto avrebbe potuto ospitare più trofei, la barzelletta della Fortitudo-eterna-seconda risponde al suo nome soprattutto (ma è anche vero che dopo l'addio del numero 10 non è che alla parrocchia di San Felice abbiano inaugurato una dinastia vincente e dominante). Pur prendendo con le molle l'intervista a Myers, in quanto l'intervistato è Myers, la totale assenza del politicamente corretto rende tremendamente godibile le parole del Tartufone. Altro che l'imitazione di Celentano a Furore (un vero feticcio per gli amanti del genere): Myers finalmente è maturato. A 36 anni, ma è maturato.
L'esordio è dei migliori, «ho passato la mattina al mare a passeggiare con il mio cane, un Dobermann... che potrei anche portarlo agli allenamenti e magari chiuderlo dentro gli spogliatoi e andare via con la chiave»: quanti sono gli spogliatoi in cui l'immissione di un dobermann, magari tenuto a stecchetto preventivo per una settimana, avrebbe portato o porterebbe soltanto benefici? L'Italia europea, abituata ai frenetici ritmi di Cecilia Chailly, forse avrebbe evitato l'orripilante figuraccia del recente torneo d'Espana. Il primo bersaglio è un elemento di basaglianesimo quale il play Clark, seppur non nominato: «cosa devo dire, mi sembrava Bush, quello del faccio io decido tutto io, dodopodiché uno va a vedere i risultati...». A parte l'ottima allegoria in cui il Dabliu l'Ammerigano viene dipinto come uno stronzo, Myers individua uno dei punti dolenti, non di esclusiva appartenza al mondo cestistico pesarese (il genere sociale ruckeriano adattato al sistema europeo). Se ne era già discusso qui nell'accenno alla Virtus Bologna del quartetto USA, che poi vince le partite grazie a Chiacig, giocatore che si presenta all'erario e versa non soltanto il 730 personale ma anche l'ICI su se stesso.
L'apoteosi, la verità, l'ovazione, viene raggiunta da Myers in questo passo dell'intervista: «Slay ha iniziato ad urlare contro Podestà. Il quale ha resistito ed è stato zitto. E questo non è un segno di debolezza, ma il segno di una grande forza interiore. Comunque queste cose non si fanno. Chi è questo? Cosa ha fatto nella vita? Da dove viene? Cosa ha dimostrato? Qui stiamo parlando di seconde scelte, di seconde scelte, di seconde scelte, di seconde scelte. Il fatto di avere un passaporto americano non dice nulla. Prima dimostri chi sei e cosa vali dopodiché ti puoi permettere certi atteggiamenti. Io quando sono andato a giocare in Spagna non mi sono mai permesso di trattare i giocatori spagnoli in questa maniera. Lui queste cose non le può fare a casa nostra. Anche questa sarà una cosa da mettere in chiaro perché Podestà merita tutto il rispetto, è l’uomo che facendo 11 su 11 dalla lunetta lo scorso anno ci ha portato in serie A».
Chi è Slay? Ha giocato e vinto Euroleghe, è stato in quintetto ai Celtics o ai Lakers? No, i suoi apici si chiamano Galatasaray e Hapoel Tel Aviv. Anche l'onesto Canavesi avrebbe potuto giocare in Turchia ed Israele senza demeritare. Però Canavesi sa stare al mondo e non va a stracciare l'anima ai compagni. Davvero, chi è Slay? Uno che deve ringraziare il semplice fatto che Podestà è un patatone e non l'ha allungato sul parquet con un cartone tra collo e spalla in stile Bud Spencer contro Mescal. E se l'avesse fatto, non avrebbe avuto alcun torto.