Tra Calori e la Fossa, passano i sogni di tutti (Pellacani)
Si lancian monete ogni giorno, senza mai sbagliare (Terry)
Dove sarò, domani? (Mancinelli)
In Legadue… (Amoroso)
Tra parterre e distinti, gioca una squadra di fessi (Sakota)
Nessuno lo ammette, ma i quattrini son finti (Papadopoulos)
Nemmeno una pizza, ci sanno pagare (Woods)
Day by day, shame on us (Gordon, Scales, Strawberry)
Day by day, shame on us (Savic, Sacrati)
Ma domani, domani, domani lo so (Lamma)
Lo so che si gioca, un gradino più giù (Malaventura)
E di nuovo la B (Fucka)
Sembra fatta per noi (Pancotto)
E ci andiamo, (Lamma)
domani (Malaventura)
rap 1: Estraggo un foglio tra i referti nascosto
scrivo e non riesco perché il ricorso m’ha scosso (Savic)
E la retrocessione, si fa grande così (Bazzani)
E comincia, domani (Cittadini)
Tra Casale e Veroli, torneremo a giocare (Mancinelli)
Con un po’ di fortuna (Myers)
In A si può tornare (Basile)
Dove sarò, domani? (Mancinelli)
In LegaDue... (Sklavos)
rap 2: Dove sarò domani che ne sarà dei miei parchi infranti, dei miei piani
Dove sarò domani, mettimi dei soldi tra le mani (Sacrati)
Tra Scafati e Pistoia, noi andremo a giocare (Lamma)
E quando arriverà Jesi, li sapremo omaggiare (Pellacani)
E su Sky non si vede (Pancotto)
La Fortitudo (Collina)
E qualcuno grida (Bazzani)
“Tranquillo vaffanculo!” (coro Fossa)
rap 3 Come l’Aquila che vola libera tra monetine e sassi,
siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi
hai fatto il massimo e il massimo non è bastato
duro giocare quando non sei pagato (Terry, Lamma, Cittadini, Strawberry, Gordon, Fucka)
Non siamo così soli (Mancinelli)
Ci sarà anche Veroli (Galanda)
Non siamo così soli (Lamma)
Sulla stessa barca (Fantoni)
Non siamo così soli (Cittadini)
Se non saltate in aria (Patullo)
Non siamo così soli (Fucka)
A retrocedere in Italia (Pagliuca)
A snobbar la LegaDue si sbaglia (Bazzani)
Tra Soresina e Pavia, noi andremo a giocare (Mancinelli)
C’è anche Rimini, dove in disco sballare (Myers)
E su RaiSat si vede (Pancotto)
La Fortitudo (Collina)
E qualcuno grida (Bazzani)
“Lauro vaffanculo!” (coro Fossa)
Ma domani domani, domani lo so (Basile)
Lo so, che si gioca un gradino più giù (Fucka)
E quel campionato sembra fatto per te (coro ForeverBoys)
E comincia, domani (Carroll)
Tra Vigevano e Jesi tornerà a giocare (Mancinelli)
Con un pò di fortuna si può anche risalire (Galanda)
Ma questo campionato, è proprio fatto per te (coro MondoIntero)
E comincia, domani (Savic)
Ci siamo, 40 minuti. La penultima potrebbe anche passare come una delle più catastrofiche serate di pallacanestro di tutti i tempi. In realtà, due dei tre risultati avvenuti erano alquanto prevedibili. Con Caserta che poteva conquistare la salvezza matematica anche subendo una sconfitta di venti punti, e la Fortitudo a cui bastava vincere anche di 1 per mettersi al sicuro in caso di arrivi a tre o a quattro, difficile ipotizzare un risultato differente. Soprattutto sapendo cosa sarebbe successo, in caso di vittoria dei campani: invasione, casino e botte. E' per questo che Montegranaro non ha voluto Sky, e Bologna-2 e Rieti si sono immediatamente accodate. Tutto il casino del mondo, dai canestri spostati alle monetine lanciate, e nessuna telecamera a testimoniare gli eventi. E così, Frates si è beccato insulti per l'intera partita, da parte dello spicchio casertano, gemellato con gli ultracorpi fortitudini. Spicchio lì per veder perdere la propria squadra. A occhio, 1200 chilometri di gasolio per condividere una braciola.
40 minuti. Perché il campionato abbia un senso, Teramo deve battere la Fortitudo (in casa) e Rieti deve andare a vincere a Udine. Non è uno scenario impossibile, anche se Rieti con Ferrara è stata protagonista di un suicidio mica da ridere; e potrebbe anche pagare la propria adesione al progetto "no telecamere", visto il finale coi cronometri mal riprogrammati che hanno concesso a Jamison quel secondo in più probabilmente decisivo per segnare il canestro della vittoria estense. Udine non è esattamente un'avversaria irresistibile: è in striscia aperte di sei sconfitte, ha vinto una delle ultime dodici partite e due delle ultime diciassette. In più ha rilasciato diversi giocatori, tra cui Forte nei giorni scorsi. Non che Rieti sia messa meglio, ma ha una ragione per sperare: la Sebastiani è palesemente bollita, altrimenti non avrebbe subito il demenziale parziale negativo con Ferrara nel terzo periodo, buttando via una partita già vinta. Udine potrebbe anche voler salutare il proprio pubblico con una vittoria, Rieti sarà mentalmente a pezzi dopo l'assurdo spreco di giovedì sera.
40 minuti, e saranno belli tosti anche a Teramo. Sulla carta, non c'è storia: terzi gli abruzzesi, terzultimi i parrocchiani di San Felice: la Tercas non perde in casa dal 28 dicembre 2008, l'ultimo vittoria esterna della GMAC risale ad una settimana prima. Il regalino di Natale ricevuto da Milano. Anche qui la teoria direbbe che il pronostico è chiuso. Vittoria per Teramo, radioline sintonizzate su Udine nell'attesa di buone notizie. In realtà, c'entra anche altro: Tercas, istitudo di credito. Uno dei finanziatori di zio Gil, e quando si concede un prestito a Mister Fernet, il rischio è sempre alto. Potrebbero dire, i bancari, "se questi finiscono in LegaDue, schiattano sul serio, e i nostri quattrini non li rivedremo mai più. Se si dovessero salvare, una piccola speranza che non debba occuparsi dell'intera vicenda il curatore fallimentare resta viva". Se Teramo perde e Treviso vince, la Tercas sarebbe quarta e la Benetton terza. Se ottenessero lo stesso risultato, vittoria o sconfitta, gli abruzzesi sarebbero terzi (evitando quindi la parte di tabellone funesta, quella con Siena). Decideranno nel caveau cosa fare, ma il biscottino non è un'ipotesi da escludere.
In realtà, l'estate sarà molto lunga. Tre sono i momenti che caratterizzano i prossimi due mesi; l'assegnazione dei Mondiali del 2014 da parte della FIBA (e nel caso in cui l'Italia dovesse aggiudicarseli, il Parco delle Stelle potrebbe anche uscire dallo stato di "studio di fattibilità" - alla faccia dei progetti...), il giro controlli di Com.Tec. a fine giugno ed infine, le ammissioni al campionato 2009/10 intorno alla metà di luglio. Due mesi in cui la virtù della pazienza dovrà essere perseguita con ogni sforzo, perché l'ansia di conoscere verdetti sarà assai forte.
Rimane l'appuntamento di domenica, questi 40 minuti che diranno chi scenderà e chi no. Fosse finita ieri, la Fortitudo sarebbe salva. A tavolino, per via dei due punti di penalizzazione della Sebastiani, per quelle "irregolarità amministrative" che evidentemente non vengono constatate in maniera equa, a meno che stabilire la data di scadenza delle proprie bollette, o pagarle a rate mensili di un euro, o non pagarle proprio, sia considerato regolare. Se ci fosse giustizia, la Fortitudo andrebbe filata in LegaDue. Per il canestro regolarissimo e validissimo annullato a Minard che ha negato la vittoria di Montegranaro al PalaDozza; per la monetina che ha colpito Terry; per i giochetti con Comune e Credito Sportivo, per i giocatori che scioperano e saltano gli allenamenti. Per la tifoseria, soprattutto, inetta nell'ascoltare. Per quella tifoseria che ha tifato Virtus, perché Montegranaro perdesse, e rimanesse lì a tiro per un'eventuale arrivo a tre o a quattro. Per il negazionismo del tifoso fortitudino. Perché fanno sembrare intelligenti Gasparri, Capezzone e Bonaiuti. Per la totale mancanza di concezione sportiva della passione sportiva del tifoso fortitudino. Per i picchiatori e gli affettatori della curva. Per la storia della Fortitudo, riassumibile nell'invasione di campo dopo la vittoria nel remake del match con Montegranaro e i successivi clacson in allontanamento dal PalaDozza: festeggiamenti, abbracci, rumori, pacche sulle spalle, sorrisi e gioia incontenibile. E' vero, Montegranaro oggi è la fonte d'ispirazione per il CSKA, il Panathinaikos, i Boston Celtics, il modello a cui si richiamano questi club. Una potenza e quindi vincere una partita di regular season, dopo tre supplementari, con Montegranaro è valido motivo per scendere in piazza a festeggiare. Quella vittoria ha rappresentato uno dei più grandi momenti della storia della Fortitudo, anzi, uno dei più grandi momenti della storia del basket se non dell'umanità. E' anche per questa ridicolaggine, che serve giustizia.
Se ne andò dopo lo scudetto. Per amor€ solo per amor€, lasciò la baracca fortitudina per accasarsi a Barcellona: "perché qui posso vincere l'Eurolega", disse. O l'€urolega. In effetti, dopo i primi tre tentativi andati a ramengo, s'era nuovamente sentito di potercela fare. Pochi giorni fa: "Sicuramente, sono orgoglioso di portare in alto la bandiera italiana. Quest’ anno Siena, nonostante abbia disputato un’ Eurolega eccellente, si è dovuta arrendere al Panathinaikos e quindi io sono l’ unico giocatore italiano rimasto. A Berlino avrò come avversario Ettore Messina, lui ha già vinto tanto e spero che questa volta mi faccia un favore. Sento che questo, per me e per la squadra, è l’ anno giusto per compiere l’ impresa".
Appunto. Sono bastati cinque minuti per far sì che la partita spostasse il proprio punto d'equilibrio, con la sfuriata di Siskauskas (guarda caso tenuto sotto osservazione proprio da Basile). In realtà, un rigurgito l'aveva pure avuto, il Barcellona. Il tentativo di non lasciar fuggire via l'Armata era proprio nato da una delle caratteristiche triple ignoranti a cui con sottile ironia è stata dedicata una clip durante uno degli ultimi time-out della semifinale. Ma, l'azione dopo, il 5 blaugrana (se andate da quelle parti, la maglia ve la dovrete far fare. Non esistono già pronte) sentendosi forte e risolutore, cerca un'altra bomba. Normale, con un q.i. dignitoso. Ferraccio. E, poco dopo, ha invece tentato uno di quei tiri che lo resero tanto amato dalla competente pubblico sparso tra Calori e Nannetti, una tripla in contropiede. Senza guardare nello specchietto, e la manona di Khryapa ha collocato il cappello d'asino al tiro ignorante e sulla testa del suo autore.
Buffa, e divertente, la clip. Era anche il segnale che il Barcellona non ce l'avrebbe mai potuta fare. Ogni volta che l'Italia, o la Fortitudo, o il Barcellona ha fatto letteralmente cagare all'ultimo atto, o quando si decideva ogni sorte, Basile si è fatto trovare pronto, in gran spolvero per l'occasione. Vero che giocò benino con Milano e azzeccò la partita della vita infilando triple su triple contro la Lituania in una semifinale olimpica (che non era basket, ma tiro a segno; a basket si giocò l'indomani con l'Argentina, e Basile tornò ai suoi usuali livelli). Però è sempre bello riguardare la carriera, e le occasioni importanti, finali scudetto, semifinali e finali d'Eurolega, gare senza domani con la nazionale. Quando le sue squadre hanno perso, Basile ha solitamente risposto "presente". Anche quando hanno vinto, in realtà, con buone od eccellenti prestazioni. Ma non è successo molte volte...
CON LA FORTITUDO:
Anno 2004, 0-3 in finale con Siena: 22 punti totali (7.3), 3/4 ai liberi (75%), 2/10 da due (20%), 5/18 da tre (28%);
Anno 2004, finale di Eurolega col Maccabi: 10 punti, 2/4 ai liberi (50%), 1/1 da due, 2/6 da tre (33%);
Anno 2003, 1-3 in finale con Treviso: 51 punti totali (12.7), 8/16 da due (50%), 8/20 da tre (40%); iniziò con 18 punti nella prima, poi scrisse 13, 15 ed infine 5. Una splendida progressione;
Anno 2002, 0-3 in finale con Treviso: 33 punti totali (16.5), 8/9 ai liberi (89%), 8/14 da due (57%), 3/10 da tre (30%). In gara1, splendida prestazione (5 punti, 1/5 da due, 1/4 da tre);
Anno 2001, 0-3 in finale contro la Virtus: 12 punti totali (4.0), 2/2 ai liberi, 2/3 da due (67%), 2/8 da due (25%);
Anno 2001, 0-3 in semifinale di Eurolega con la Virtus: 28 punti complessivi (9.3), 4/6 ai liberi (67%), 3/6 da due (50%), 6/22 da tre (27%).
CON IL BARCELLONA:
Anno 2009, semifinale di Eurolega con il CSKA: 5 punti, 2/3 ai liberi (67%), 0/2 da due, 1/6 da tre (17%);
Anno 2008, 0-3 in finale ACB con il Tau: 18 punti (6.0), 3/4 ai liberi (75%), 0/7 da due, 5/13 da tre (38%);
Anno 2007, 1-3 in finale ACB con il Real Madrid: 25 punti (6.3%), 2/2 ai liberi, 3/8 da due (38%), 5/13 da tre (38%).
Anno 2006, semifinale di Eurolega con il CSKA: 8 punti, 1/2 da due (50%), 2/6 da tre (33%);
CON LA NAZIONALE:
Anno 2007, ultimo turno della seconda fase con la Germania: 0 punti, 0/1 da due, 0/3 da tre;
Anno 2006, ottavo di finale mondiale con la Lituania: 0 punti, 0/4 ai liberi, 0/2 da due, 0/2 da tre;
Anno 2005, ottavo di finale europeo con la Croazia: 9 punti, 0/3 da due, 3/6 da tre (50%);
Anno 2004, finale olimpica con l'Argentina: 9 punti, 0/2 da due, 3/8 da tre (38%);
Anno 2001, ottavo di finale europeo con la Croazia: 8 punti, 2/2 ai liberi, 0/2 da due, 2/4 da tre (50%);
Anno 2000, quarto di finale olimpico con l'Australia: 3 punti, 1/3 ai liberi (33%), 1/1 da due, 0/1 da tre.
Fu uno degli ultimi ad andarsene, in quello che fu il giorno più lungo della Virtus. Fine agosto, anno 2003: cronache e memorie non ne hanno riportato il nome, di colui che con un pennarello tracciò una “X” sulla scritta Virtus sul campanello dell’Arcoveggio. Poche ore prima il Consiglio Federale aveva votato contro l’allargamento della serie A1 a 20 squadre, negando così la riammissione a quella Virtus esclusa alcune settimane prima. Non era stato sufficiente il cambio al timone, la liberatoria firmata da tutti i giocatori in cambio del parziale saldo dei debiti contratti dal principale responsabile dell’affossamento della Virtus. La FIP votò contro, tra chi disse “stiamo facendo di tutto per salvarla” e poi votò contro, e chi soddisfò frustrazioni lunghe decenni, “la Virtus? Per me non esiste più da anni”. Game over. Via tre titoli europei, quindici scudetti, otto coppe nazionali, una supercoppa. Via una storia che racchiudeva le magiche notti di Firenze e Barcellona ma anche amarissime serate come quella di Strasburgo. Via una storia che iniziò in una chiesa sconsacrata ed ebbe come teatri le colonne e le piastrelle quadrate della Sala Borsa, le giottesche rotondità del Madison, l’ampia volta del PalaMalaguti. Teatri e personaggi, tra glorie nazionali come Calebotta, come Bertolotti, come Ranuzzi, come Villalta, come Brunamonti, e leggende straniere, da Danilovic a Cosic, da Ginobili a Driscoll, da Rigaudeau a Richardson. E poi ancora l’avvocato Torquemada Porelli, Dan Peterson, Ettore Messina, Aleksander Nikolic, Vittorio Tracuzzi. Le sfide, con quelle del triangolo lombardo; contro la Reyer, che proprio contro la Virtus offrì la più grande prestazione di un singolo mai vista in Italia, i 70 di Dalipagic all’Arsenale che regalarono la vittoria a Venezia. Il derby, allora ad un passo dalla centesima sfida.
La fine di tutto.
Avvennero cose strane, in quel periodo, prima che il pennarello tracciasse quella “X”. Crearono una nuova società, prima che la vecchia sparisse di scena. Un logo, un sito, un’iscrizione alla B1. Molti s’avventarono sulla carcassa bianconera, arraffando giocatori, catturando ragazzini. Il consiglio federale cancellò tutte, anche le speranze rinate dopo il tentativo disperato, e nei fatti riuscito, di salvare la Virtus, strappandola dalle mani di Madrigali e sistemando le sue malefatte. “Non molliamo mai!”, divenne il motto, la Virtus ripartì da Castelmaggiore, hinterland bolognese, hinterland del grande basket: si iniziò con sonore legnate ma il pubblico, la gente bianconera, rispondeva alzandosi in piedi ad applaudire i malcapitati in campo che vestivano la maglia con la V nera. Anche quando si finiva sotto di venticinque a metà del terzo quarto. La “creatura”, la “ancora di salvezza”, la “trentaquattro” rimase una scatola vuota nel deserto. Fu il primo mattoncino, se esisteva una Virtus “istituzionale”, dopo che le istituzioni avevano legittimato e sponsorizzato il trapasso di quella originale, c’era anche una Virtus che passò indenne dal giudizio del tribunale fallimentare, non vide i suoi scudetti messi all’asta e comprati da Pellacani. Una Virtus che raccoglieva multe su multe per loghi irregolari ma era circondata dall’amore dei suoi tifosi, gli stessi che avevano invaso Barcellona o Firenze, e ora si stringevano intorno a Di Marcantonio. Solo la ULEB diede una mano, offrendo un’importante continuità al club, ammesso alla seconda coppa europea con le credenziali inalterati. L’espiazione durò a lungo, il primo anno il sogno dell’immediata risalita in massima divisione si infranse contro Jesi. Poi, in estate, l’ennesima ingiuria da parte dei federali: alla richiesta di riaffiliazione, la FIP replicò con una circolare generata da un risponditore automatico. Conteneva la procedura a cui ogni nuova società avrebbe dovuto attenersi per ottenere l’affiliazione alla FIP. Ma la Virtus vinse anche questa battaglia, ritornarono ufficialmente i simboli e l’eredità, e il diritto di giocare a pallacanestro arrivò tramite il Progresso Castelmaggiore. La stagione iniziò bene, poi Capo d’Orlando mise la freccia e la Virtus si ritrovò ad affrontare le insidie dei playoff. Per superarle, fu ingaggiato un giovanotto, utile in campo ma soprattutto chiamato a tenere unita la squadra nel momento in cui aveva iniziato a sfaldarsi: Mario Boni. Fu proprio Corey Brewer, colui che ogni mattina riceveva una visita di controllo perché si temeva potesse scappare in qualunque momento negli States, ad incunearsi nella difesa gialla e ad appoggiare al tabellone il punto del ritorno in A, nel ruvido parallelepipedo in cemento armato di Porto San Giorgio.
Eppure il prezzo non era ancora stato pagato del tutto. Una bella squadra, con giocatori di qualità ed esperienza, ed un emergente come Zare Markovski a sostituire quel Giordano Consolini che sarebbe tornato a dedicarsi al suo primo amore, il settore giovanile. Per un istante la Virtus rivisse la sensazione di trovarsi in cima, da sola, poi i due traguardi furono mancati per un soffio. Nono posto all’ultima giornata di andata, e Final Eight volate via; nono posto all’ultima giornata di ritorno, e playoff sfumati. In estate, Fabio Di Bella è tra i dodici che partecipano al Mondiale in Giappone, e per ritrovare dell’azzurro in bianconero bisognava ritornare indietro negli anni fino ad Alessandro Abbio. Vi era anche Michelori, uno degli acquisti dell’estate, perché la squadra fu rivoluzionata. Ed era una bella squadra, in grado di conquistare due finali (scudetto e coppa) e le Final Four dell’odierna EuroChallenge: Siena era troppo più forte per il tricolore, Treviso più abbordabile ma tesseramenti dubbi e quintetti eccentrici condussero la coccarda lontano da Bologna. In Europa, ci pensò un tondeggiante play americano di una squadra ucraina ad impedire che la Virtus assaporasse il gusto della vittoria.
A fine anno, un’altra dispersione di giocatori, e la continuità nuovamente andata a ramengo: nasce la peggior Virtus dal ritorno in A. O meglio, nasce la peggior Virtus dal 2003 in poi. In qualche maniera la squadra arriva in finale di Coppa Italia, ma l’abbordabile Avellino vince meritatamente il primo trofeo della sua storia. La squadra si salva, e s’appresta al suo ennesimo tourbillon estivo. Bynum disdice il contratto, arrivano dalla NBA Boykins, gli americani d’Italia Langford e Ford, l’esperto Arnold. E ancora il giovane Koponen, il veterano Righetti. Torna Vukcevic, da Milano. A Natale s’arriva ad un passo dalla rottura; sostituito Pasquali con Boniciolli, Boykins fugge in America per le adenoidi del figlio. Il nano finisce fuori squadra, e proprio quando sembra che tutto sia andato a ramengo, arriva una lenta risalita. Estromesso Arnold, unico pesce fuor d’acqua, arriva l’energico trattore Terry. La finale di Coppa Italia fa male, tra quel qualcosa in più che non c’è stato per staccare la Montepaschi e quel qualcosa di negato perché la competizione potesse avvenire ad armi pari. Nell’anonimato si gioca anche l’EuroChallenge: la Mitropa, con autoironia; la coppa del nonno, negli sfottò. Trofeo minore, dove gli avversari per quanto onesti, simpatici e dignitosi, non sono irresistibili. Puntini sparsi per l’Europa, spessissimo cittadine che senza una squadra, rimarrebbero sconosciute. Come Oldenburg, che con la Virtus fece 2-0. Trasferte come quella nel profondo nord contro il Tartu Rock, dispersi nella neve la settimana precedente il derby. Oldeburg pareva sinonimo “di calcio del secchio del latte appena munto”, e i bianconeri andarono a caccia della qualificazione a Kiev. Squadra in smobilitazione, ma comunque pericolosa. Poi i quarti, dalla logistica cambiata dagli Harlem Globetrotters, e le Final Four. A Bologna, scenario di disfatte recenti che le avversarie si chiamassero Panathinaikos, Treviso, Avellino o Siena, ma anche del trionfo con il Tau Vitoria, otto anni prima. I ciprioti combattono fino a quando ne hanno, la finale sarà stata quella di una coppetta del nonno, però di posti lasciati liberi e vuoti sono pochi e dalla curva i Forever Boys srotolano il drappone delle grandi occasioni. Cholet è più antillana che europea, tra nativi della Guadalupa, di Martinica e della Caienna: sembra fatta, ma l’espiazione dei peccati altrui non è ancora ultimata. Sul +13 si pensa solo alla festa, in realtà ci sarà da soffrire fino all’ultimo secondo, perché Langford di quei due liberi ne mette uno sono, dando ai francesi la possibilità di tirare per la vittoria. E tireranno, per la vittoria, con il migliore della partita, Nando De Colo. Fuori, la pioggia continua a cadere copiosa su Bologna. Cancellando le ultime tracce di una “X” tracciata con un pennarello sei anni prima…I pianti si sprecano. Pare che Vukcevic abbia segnato oltre il quarantesimo nel derby numero 103. Il tiro del serbogreco - secondo le tesi fortitudine, espresse anche da accorato comunicato nella home page del sito polleria - non sarebbe mai dovuto esistere. Questo perché?
In breve, a circa 30" dal termine, Huertas riceve palla sulla rimessa. Il brasiliano, anziché controllare il pallone di mano, lascia che la sfera gli rimbalzi sul petto e poi la prende in maniera più ortodossa dopo alcuni secondi (4, circa). Così facendo, secondo i dettami di coach Aito Garcia Reneses, si sfrutterebbe un buco nel regolamento. Il tempo ufficiale di gara dovrebbe scorrere, tra il tocco di petto e la presa di mano, a differenza del cronometro dei 24". Se il cronometro di gara non fosse partito, alla Virtus sarebbero eventualmente rimasti soltanto 2" da giocare per l'ultimo possesso, se la Fortitudo avesse sfruttato per intero il tempo della sua azione: rimessa a 30" dal termine, Huertas "stoppa di petto" e i cronometri rimangono inerti. Dopo 4", il brasiliano prende il pallone in mano: scattano entrambi i cronometri, e il tabellone di gara indica ancora i 30" d'origine, così come i 24" sono totalmente integri. Di fatto, l'azione della Fortitudo sarebbe potuta durare 28 secondi, perché il cronometro di gara sarebbe dovuto scattare sullo stop di petto, quello dei 24", nel momento in cui Huertas avesse preso il pallone con le mani.
In tutto questo, che potrebbe anche sembrare ineccepibile (sebbene soltanto un falsario potrebbe cercare di spacciare come "non possesso" il colpo di petto di Huertas, che indica al compagno dove dargli il pallone e poi si accartoccia sullo stesso temendo l'eventuale intervento di Boykins. Il possesso è netto, sebbene non sia stato toccato il pallone con le mani. In realtà questa ipotesi potrebbe anche dare ragione alla Fortitudo, gli ultimi 30" del derby in realtà sarebbero stati 34" (e il tiro di Vukcevic non sarebbe mai esistito).
Però la Fortitudo, in cerca di elemosine come risarcimento per l'eccellente giurisprudenza partorita dal caso Montegranaro, non paga di aver ottenuto una modestissima sanzione pecuniaria per lo sconsiderato gesto della monetina che ha colpito Terry, dimentica qualcosa: che quell'azione è scorretta, perché nel basket, il pallone può essere preso volontariamente con le mani. Testa, pugno, piedi, petto - se usati intenzionalmente - sono sanzionati come infrazione. Huertas commette un'infrazione, ricevendo il pallone di petto. In questa maniera, la Fortitudo punta ad ottenere la legalizzazione di un comportamento antiregolamentare, ed ottenere così che questa frode possa divenire giurisprudenza. Il buco regolamentare esiste, così come esiste la moralità nello sport: il primo giuramento olimpico, scritto dal barone De Coubertin, recitava le parole "we swear. We will take part in the Olympic Games in a spirit of chivalry, for the honour of our country and for the glory of sport"). Nel momento in cui si sconfessa il regolamento per ottenere la legittimità di una propria scorrettezza, cavalleria, onore e gloria svaniscono al cospetto dell'illegalità e della frode. La Fortitudo, nel suo tentativo di legittimare l'azione di Huertas e delegittimare le decisioni assunte dagli arbitri, sta abiurando i principi della moralità sportiva.
Ci sono due modi per affrontare un derby: godersi emozioni, vibrazioni e tensione sapendo che la vittoria o la sconfitta modificheranno soltanto il tuo umore per diversi giorni poiché la tua situazione è tale da concederti altre possibilità future, Oppure, viverlo sapendo che quella partita partita è anche destino, poiché del doman non v’è certezza. Furono così grandi derby del 1998, che misero di fronte le due migliori squadre d’Europa: riuscì a godersi il domani la squadra più quadrata, con i nervi più saldi, più forte da un punto di vista mentale. Non ebbero lo stesso valore i trionfi bianconeri dell’annata del Grande Slam: troppo accentuato il divario, troppo forte la Virtus, troppo fragile la Fortitudo: il +37 entrò nella storia per i numeri, il 25-1 fu un capolavoro, reso possibile dall’implosione dei biancoblu. Monaco di Baviera alterò le gerarchie stagionali, ma fu una parentesi nell’ambito della stagione grottesca vissuta da entrambe, svirgolate da scelleratezze di mercato, estivo ed invernale.
Per concedere storia e gloria alla Fortitudo, va seguita questa cadenza decennale: stagione 1987/88. La Dietor è sesta, la Yoga prima. In A2, però. Vero che non si trattava di una delle migliori Virtus di tutti i tempi, tra l’altro Brunamonti si fracassò dopo un paio di minuti in garauno, altrettanto indiscutibile il fatto che Albertazzi, Zatti e Masetti non fossero i più temibili tra gli avversari: per la V fu una mazzata, dopo una stagione regolare a singhiozzo, i playoff rappresentavano l’ultima speranza per raddrizzare l’annata. La Fortitudo aveva la mente sgombra, annichilire la derby fu una gran goduria che si aggiunse all’obiettivo raggiunto, la promozione in A1.
Decennale, pare sia questa – più o meno regolarmente – la cadenza delle stracittadine che finiscono negli archivi prestigiosi. E in quegli archivi, è finito il derby numero 103, 29 marzo 2009. Da una parte una Virtus tranquilla, consapevole di avere il secondo posto in stagione regolare a portata di mano; dall’altra, una Fortitudo con l’acqua alla gola, penultima solitaria, vicinissima alla LegaDue e flagellata da vicende societarie limpide quanto sabbie mobili. Virtus e virtussini che, se avessero perso, avrebbero patito il fio della sconfitta con giorni di sfottò. Fortitudo e fortitudini che, perdendo, avrebbero visto le loro paure trasformarsi in puro terrore. La partita è lì, ormai inchiodata su qualunque supporto di memoria fisica e non, dvd, hard disk, vecchie vhs. A breve, sarà in rete, messa in condivisione dal popolo bianconero. Il campo ha detto che è stato un incontro duro, sporco, da una parte una Virtus con i quattro mori leggermente spaesati (Boykins, scentrato nel tiro, si è messo al servizio degli altri; Terry, ingenuo nella gazzarra, si è prodigato a menar fendenti e contrastare i lunghi biancoblu; Ford ha avuto un finale di gran freddezza; Langford è cascato scioccamente nelle provocazioni, ma ha pur sempre concluso con 9 punti a referto e un sanissimo 14 di valutazione) e la vecchia guardia in gran spolvero: Giovannoni, Blizzard, Chiacig e, ovviamente, Vukcevic. E il bimbo Koponen che si adegua ai grandi vecchi per autorità e coraggio.
Fortitudo più debole, aggrappata alla forza della disperazione, pesca nell’estemporaneo ed inatteso Huertas il suo jolly e ritrova un Papadopoulos in versione nazionale ellenica. E’ un derby che individua due territori distinti, da una parte la buffa e grottesca derisione dei re magi d’America e di “zio Gil”, con limousine, sigari, strette di mano incrociate e sacchi di improbabili denari; dall’altra, una complessa ed estenuante ricostruzione storica che non addolcisce il messaggio carico di ironia e significato: “distruggiamo quei figli di Troia”. E così, tra una moneta – autentica, non un sacrodollaro – che vola in mezzo a parecchie altre a colpire Terry, terrorizzando l’ambiente perché molti pensano che Rimondini abbia in mente un’Atalanta-Napoli di due decenni or sono, e commenti tecnici di pregiata fattura (“ecco perché ho sempre fatto bene ad odiare quegli zingari di merda”), si crea il contorno.
Sui 28x15, la Virtus avanza e allunga, poi si ferma. Pare l’elastico, sulle salite del Tour o del Giro. La Fortitudo finisce al gancio, poi ritrova energie o doni impacchettati con carta bianconera per risalire e recuperare. Due, tre, quattro volte. In vista del traguardo, quell’inerzia che è sempre prerogativa della Virtus passa di mano. Sarebbe l’apoteosi, ovvero una vittoria per la Fortitudo che vorrebbe dire molto, moltissimo: vincere un derby, vincere un derby dopo aver coltivato ben poche speranze per 39 minuti e 50 secondi; vincere un derby che offre due punti di ossigeno puro in classifica; vincere un derby all’ultimo istante, strozzando la sbruffoneria dei virtussini che per 39 minuti e 50 secondi erano stati convinti di poterla portare a casa in maniera abbastanza tranquilla. Vincere un derby fondamentale per la sopravvivenza stessa della Fortitudo, squadra e società ad un passo dal baratro. Vincere quel derby, se quei 10 secondi non si fossero dovuti giocare, sarebbe stata una di quelle godurie che avrebbero consentito di trovare attraente Rosy Bindi e di camminare a tre metri da terra per almeno un paio di settimane.
Ma quei dieci secondi sono arrivati. A ricacciare indietro grida di esultanza e a ripristinare stati d’animo annichiliti dal 2/2 dalla lunetta di Strawberry. Vukcevic, Boykins che non riesce a liberarsi e la palla che finisce a Giovannoni e poi nuovamente nelle mani del serbogreco. Cinque, quattro, tre… Fortitudo 74, Virtus 75. Due e venti, ma i biancoblu sono annichiliti e non combinano nulla di buono. Prima della rabbia, arriva lo sbigottimento, mani nei capelli, “non credo ai miei occhi” (come recitava un celebre due aste undici anni fa…). In casa bianconera, lo sbigottimento è di brevissima durata, quell’attimo per raccogliere le idee e comprendere che Dusan Vukcevic è killer e giustiziere. Il suo Tiro vale più di un derby. Soprattutto per l’altra sponda. Si innalzi il Gran Pavese.Pare che lo sia davvero. I segnali sono inequivocabili, da mesi ormai. Difficile credere che i Re Magi targati GMAC potessero veramente portare i 400 milioni sbandierati da Gil. Lo hanno fatto molti esiliati mentali, che neppure di fronte all'evidenza - il mancato tesseramento di Scales, dichiarazione esplicita di scarsa solvenza - perpetuano il gioco del "Savic, Strawberry, Gordon, Papadopoulos, Pancotto...".
Non si chiede né intelligenza, né onesta. Le parole del "Gruppo", l'associazione paramilitare che accompagna la Fortitudo, sono inequivocabili: "solidarietà e fedeltà al presidente". Per l'appunto, inutile aver fiducia nelle sinapsi. Il caso Montegranaro ha inequivocabilmente mostrato la debolezza della Fortitudo, che un tempo otteneva ribaltamenti di 0-20 sacrosanti (Avellino), tuttavia il grido "al complotto! al complotto!" pare tanto ridicolo quanto immotivato. Più che altro, pare uno specchietto per le allodole. Nel senso che a Ferrara, sul -24, era difficile considerare come plausibile chissà quale congiura. Il pesce inizia a puzzare dalla testa, ma quando s'è disonesti, o spaventati, o duri di comprendonio, si comincia ad annusare il culo.
Molti diranno, e dicono: "la Fortitudo è un patrimonio del basket italiano, non deve e non può sparire. Altrimenti che si fa, ci si affida a Teramo, ad Avellino, a Jesi? La Fortitudo comunque ha rappresentato l'Italia per dieci anni in maniera egregia, ha giocato Final Four di Eurolega, ha vinto scudetti...". E allora? Era un'altra Fortitudo, una parentesi nel continuum storico dei biancoblu, i soldi dell'Emiro (che dietro all'Aquila, ci ha rimesso vagoni di quattrini e anche altro): la Fortitudo era Teramo, Avellino, Jesi. "Un anno in A, un anno in B, ma quando te ne vai in C?", cantavano i virtussini. Ogni tanto il sole batte sul culo di un cane e sono arrivati due scudetti, che in un altro contesto sarebbero potuti essere almeno cinque o sei, con almeno un oro europeo. Ma il contesto è un altro, storicamente riconosciuto. Oggi, un piede in LegaDue, giunge quello che per molti potrebbe essere l'ultimo derby di Bologna nella storia. Almeno, l'ultimo Virtus-Fortitudo.
Sabba, al solito, s'è divertito in radio: "forza Fortitudo! si devono salvare". Qualcuno gli ha creduto, virtussini imbelli hanno approfittato dalle esternazioni del patron per lanciare le loro pietre (è sempre il solito settore, si presume: lo spicchio dei nazisti, ex Gruppo Vincere, ex Onore & Fedeltà). I fortitudini, i soliti fortitudini che si dicono disinteressati alle "cagate del Sabba" e incollano i padiglioni auricolari alla radio, ringhiano e sbuffano come cinghiali pronti alla carica. Gli stessi del "ah, ma che coppetta di merda, non si può guardare, va abolita!", e poi cercano E-Tv sul satellite per gufare contro Kiev, Oldenburg e Bonn. Ha comunque ragione, la Fortitudo è sull'orlo di un baratro: la classifica è dura, sebbene Rieti possa giungere in soccorso relegando la derelitta Udine al rango di unica retrocessa sul campo. Ferrara insegna che là sotto, le battaglie sono dure e non si possono combattere trascorrendo vigilie al Pineta o all'Hollywood. Vien da chiedersi, perché un giocatore, in quell'anarchia societaria, dovrebbe sbattersi più di tanto? A occhio, tutti troveranno un contratto l'anno venturo: Gordon, Strawberry e Scales finiranno in qualche squadra di medio lignaggio, in Italia o all'estero, oppure nella D-League; Papadopoulos andrà all'Olympiacos, presumibilmente; gli italiani troveranno qualcuno che s'approprierà dei servigi, sfruttando le federali regole xenofobe; Mancinelli potrebbe addirittura pescare un contratto importante in una squadra di buon livello. Slokar e Achara hanno un valido passaporto europeo per continuare a vivere senza faticare troppo, Huertas tornerà in Spagna dagli agenti protettori. Il futuro, ce l'hanno, e non dovranno nemmeno impegnarsi troppo.
La Fortitudo... beh, lì è dura. Durissima. Se la prospettiva LegaDue è comunque resa poco plausibile da fattori esterni, Udine e Rieti, l'ipotesi che a fine anno si giunga al redde rationem è tutt'altro che improbabile. L'ultima novità, l'affidare una società professionistica ad una s.r.l. che ha un capitale sociale pari a 15000 euro, ricorda molto quanto accadde sei anni fa, sull'altra sponda del Reno. Anzi, all'epoca gli euro forse erano addirittura cinquemila in più... ma se per il giudice economista i tempi non sono ancora maturissimi, il momento per una spallata potente quanto un placcaggio di Leguizamon, una spallata data sul campo, potrebbe essere arrivato. La Virtus ha la possibilità in quaranta minuti, da giocare tra la messa e il pranzo domenicale, di entrare duro, come un mediano di mischia o un terzino vecchia maniera: ragazzine colpite alle spalle per strada a causa di una sciarpa bianconera, vermi e bottigliette piene di piscio dal settore ospite quando il derby è in casa bianconera, magliette con tombe, invasioni di campo per uno scudetto perso, medici acciaccati da pile lanciate dagli spalti. Non è un "patrimonio del basket", altrimenti potrebbero considerarsi patrimonio anche i fusti tossici in fondo al mare o la diossina nell'aria o le scorie radiottive di Trino Vercellese e Caorso. Domani la Virtus deve obbedire ad un solo imperativo: quello di fare giustizia.
In realtà eravamo tutti vagamente abbacchiati. Nonostante il logo del Parco delle Stelle sulle maglie sia autentico e di qualità come la GMAC di Detroit che campeggiò per qualche minuto sulla casacca della Fortitudo, le voci si sono rincorse nei giorni precedenti e anche la gloriosa vittoria contro Siena aveva lasciato perplessi. La realtà è un'altra, ovviamente, e questi specchi - specchietti - per allodole non cambiano di un niente la situazione. Però modificano l'umore, rendono le certezze leggermente più scricchiolanti di quanto non fossero in precedenza. Per fortuna, dopo anni di attesa, ci ha pensato "lui". Lui ha spezzato con sagacia ed ironia ogni nemico della Virtus. Che fosse Basile. Che fosse Seragnoli. Che fosse Myers. Che fosse la cricca che nel 2003 quasi condusse alla morte la Virtus stessa. Poi, il silenzio. Durato a lungo, con alcune comparsate, sporadiche e forse non al livello di certe geniali intuizioni del passato.
Il testo del comunicato, inviato via mail ai fedelissimi e segnalato su newsgroup e forum, è succinto quanto basta. Ovvero, si legge il comunicato, e si finisce nel sito.
DAY FOUR
Bologna - Siena
L'arsura non si placa, nonostante l'ottimo Pignoletto di Tizzano sia stato raschiato fino alla fine. L'ultima mescita ha fatto sgorgare aride gocce, quindi chissà cosa verrà fuori. In precedenza, è venuta fuori una partita fantastica. Per tensione, ansia, panico. Tipica partita in cui non si vede granché, a parte qualche sparuta giocata da urlo, però ti tiene lì col respiro strozzato e lo sguardo che volge altrove durante i liberi, chiunque sia in lunetta. In realtà, la mattinata era trascorsa con simpatiche escursioni in campagna laddove testimoni attendibili davano per certi scavi ed escavatori (nessuna traccia degli uni e degli altri) ed una visita a sorpresa che è stata tanto a sorpresa da sorprendere pure il ricevente, così sorpreso da essere a 50 chilometri di distanza.
Un lato positivo di questa Coppa Italia è di non aver visto nemmeno un frammento del festival di San Remo. Fossimo stati a casa a romperci i coglioni, qualche cosa comunque sarebbe comunque trapelata pur non volendo (anche se Arisa ha veramente sfondato le palle e "Sincerità" è una autentica merda). Un altro lato positivo è che è giunta un'ingiunzione di pagamento che supera non di poco il milione di euro (in realtà quasi lo raddoppia), il destinario ha proposto un baratto asserendo di non aver quattrini ma pregiati terreni, e gli ingiuntori l'hanno mandato a fare in culo. Se solitamente dopo la ripresa vi sono supplementari e addirittura rigori, questa volta incombe sul serio la martellata del giudice economista.
Si parte con Blizzard in quintetto al posto del finnico, e con un 6-0 per Siena che già sembra volgere la finale in una mattanza. Questi, smentendo la teoria dell'Uomo Che Fuma (che va rivelata: Minucci, poco amato dal resto del péloton, va in cerca di amicizie e trova l'esuberante Sabatini. Già nel Day One scherzavano e cincischiavano a bordo campo, chissà che nel Day Four non vi fosse il baratto. "Della Coppitalia a noi importa poco, a voi tanto. Tu mi giuri fedeltà, e tu cuci la coccarda sulle maglie". Un po' come il mignolo della yakuza), partono col coltello tra il denti e la voglia di spianare. Ad essere onesti, Siena calcola poco. In ritiro estivo, vogliono vincere anche contro i vecchietti del Dopolavoro Ferroviario nel torneo di briscola. Però la Virtus reagisce e raggiunge il suo primo vantaggio, 9-6, che sarà anche l'ultimo.
Un esercito di mingherlini con archi e frecce contro uno schieramento di panzer nazisti: così è il confronto, con Siena più grossa e cattiva, e la Virtus che fatica come se ogni canestro fosse una traversata dell'Antartide o un'ascensione al K2. Roba che ti uccide e sfianca, eppure la truppa del Bonic riesce a sopravvivere, aggrappandosi a Langford e alle sue triple, e ad una difesa che comunque impedisce a Siena di prendere il largo. Tirando col 5/21 da due, anche un 66.7% non può bastare. La Montepaschi non è esattamente al suo meglio, e così come nelle gare precedenti, tende ad assopirsi e a provvedere con azioni offensive svogliate a non scalfire la fortezza della Fortezza. Carri armati con palle di gomma piuma, al punto che anche il finale, anziché ammazzare la gara riporta la Virtus a stare entro i 10 e a mancare per un pelo il -4. Poi, un terzo quarto in cui la Virtus perde la sua partita. Siena rimane a secco per cinque minuti, una quota 48 che rammenta il micidiale ed infinito "saranda-sarandatessera" di Grecia-Francia, Euro2005, e gli uomini del Bonic non ne approfittano. Prima Boykins palleggia sotto l'equatore della boccia, poi Langford - il numero uno fin lì - spara due sassate sul ferro dalla linea che nonostante fossero frutto di una decisione arbitrale errata (sfondo fu) andavano infilate ed infine Ford passeggia prima di impattare. Al che, il Ronaldinho con meno denti da First Daughter senese, ristabilisce le distanze. Cantù non ne ebbe la possibilità perché la direzione di gara fu da esposto alla magistratura, Treviso invece sì e non seppe approfittarne. La Virtus ha seguito i verdi radicchi, e alla fin fine serve anche infilarla piedi a terra, non soltanto piazzare una zona 1-3-1 che in tutta sincerità, pare veramente una grande idea di Boniciolli. Va anche male perché Terry ha preso un colpo più duro di quanto potesse apparire, e l'ultimo quarto è affrontato con Righetti a lungo in ala forte contro i molossi della Verbena. Per quanto eroico, l'Alex è arrivato fin dove poteva. Infine, il gran finale. La cosa buffa è che Siena è stata talmente tanto protagonista di arbitraggi desolanti che, anche quando le fischiate sono sostanzialmente eque (nella ripartizione di errori e decisioni giuste), ormai quel che è normale pare una ladrata. E una decisione che va contro Siena (tipo lo sfondamento di Langford che è costato il quarto di McIntyre, sebbene T-Mac fosse meglio fuori che dentro) pare invece legittima. Peccato perché anche riguardandolo più volte, il doppio palleggio di Boykins tale non pare, e se Vukcevic si è cacciato nei guai da solo con falcate da triplista, è vero anche che forse avrebbe potuto mantenere un assetto più ortodosso se non avesse dovuto inseguire il pallone come uno sbirro col ladruncolo. Sia quel che sia, inutile discutere troppo di dettagli (tutto sommato preventivabili) quando la Virtus avrebbe dovuto trovare quella lucidità in più per punire il 48 periodico della Montepaschi nel terzo periodo. L'ultimo possesso è una prova di fiducia e coraggio: con 30" sul cronometro decidere di difendere piuttosto che spedire il match ai rigori, sperando che gli altri facessero palo. Quattro secondi e settantatre, per compiere qualcosa di sciagurato come liberare Langford impiccato in un angolo, e poi un'azione che - spintone di Stonerook da dietro o meno su Keith - aveva probabilità rarefatte quanto è probabile che Gasparri dica qualcosa di intelligente. Sull'mvp, che va come consuetudine ad uno che alza i trofei, difficile concordare con Lega, Sky, e istituzioni varie. Se Siena è andata a coccarda per la prima volta, tra finale e giorni precedenti lo deve a un Domercant assolutamente devastante.
DAY THREE
Virtus - Teramo
Riparte la tarantella, raddoppiata d'intensità perché l'A24 oggi ha visto l'asfalto corrodersi dall'esodo. Visti in questi giorni sfanculatori ecumenici, ringhiatori professionisti ed assorbite esalazioni mefitiche varie, i teramani si distinguono. Nel circondario del parquet, i numeri uno.
Dentro, sulle assicelle, i numeri uno però sono i lunghi della Virtus che in una serata in cui Boykins inizia dormendo e Koponen rimane su facebook fin oltre il salto a due, attaccano e divorano 23 dei primi 28 punti bianconeri. Ford e Terry, ma anche Gui (7). Al che si può pensare che sia una partita d'area, visto che un Amoroso così non s'era mai visto. Lontano dalle ostiche bacchette e dalla Grande Muraglia, pare un giocatore vero. Giocano di corsa entrambe, nel primo tempo, poi l'allungo della Virtus quando anche i corti decidono di dir la loro, Langford che impone il suo rude atletismo e Boykins che acquisisce la fiducia che lo porterà a segnare in seguito con due passaggi che - onestamente - nessuno in Europa oggi riuscirebbe a fare. Poi c'è dell'altro e Diamantidis/Jasikevicius sono un altro livello, ma quella palla che rimbalza in mezzo a quattro gambe per servire Terry e l'altro assist piroettando in uscita dall'area servendo con occhi sulla nuca Langford, sono letteralmente da delirio. Di lì in poi, tra l'altro, contribuirà pesantemente all'equilibrio tra reparto lunghi e Terra di Mezzo bianconera. Tornando ai lunghi, difficile muovere critiche in una giornata in cui Terry e Ford sfiorano i 70 di valutazione complessiva, anche se quelli del Gran Sasso riescono a prendere un offensivo in più rispetto alle carambole d'arrocco (23 a 22). Terry, per quanto s'è visto, è un miracolo: il ragazzo è un autentico primitivo, un uomo delle caverne sbattuto in mezzo a due canestri. Oggi però l'evoluzione, perché Rey non s'è più esibito in quei raggelanti numeri fatti di palleggi (col palmo), palle perse e recuperate, attorcigliamenti visti con Roma e andati a buon fine con meriti equamente distribuiti tra caparbietà e culo. Movimenti potenti ma anche cosine belle, magari non delicate, e soprattutto la conferma che è uno di quei giocatori che riconoscono che il basket è uno sport di squadra. Oggi è capitato un paio di volte, era stanco in campo e ha chiesto il cambio. Riconoscendo che giocare con la lingua di fuori è deleterio per tutti, riconoscendo che c'è un compagno con cui dividersi i 40 minuti, senza problema alcuno. Del resto se le squadre sono formate da 12 giocatori, un motivo ci sarà. Terry è uno di quelli (pochi) che questo motivo l'ha compreso.
Siena-Treviso
Alla comparsa d'un essere con la dentatura di un cavallo scosso, un po' tutti hanno reagito con perplessità, temendo che da Siena si fossero portati dietro anche un prezioso quadrupede. Ma, una volta appurato che il quadrupede era in realtà un bipede, s'è potuto constatare che si trattava della First Daughter. Poi, succede l'inspiegabile. La Montepaschi entra in campo come se si trattasse del torneo dei bar, difesa svogliata, reattività nulla, attacco lento e prevedile. Treviso, avendo dei limiti, ne approfitta meno di quanto potrebbe, ciccando tiri che un minimo di ecologia cestistica avrebbero portato il divario sul +20 al quinto minuto. Ci fu un grande episodio di X-Files, "Musings of a Cigarette Smoking-Man", in cui si narra la storia del celebre fumatore. Tra i tanti episodi, alieni uccisi, presidenti assassinati, attivisti luparati, anche quello della finale dell'hockey di Salt Lake City. Una pacca augurale sulla spalla al portiere sovietico, e un ago che inietta una sostanza che ne rallenterà i riflessi. "4-3, tutti a casa". Che il Fumatore avesse visitato i senesi? O chissà quale bizzarro pastettone, magari una sorta di voto di scambio, una finale in cambio di amicizia. Boh.
Cazzate. Nel secondo periodo Treviso sbrocca, complice anche qualche fischiata meno clamorosa di quelle con Cantù (da esposto alla Magistratura), Siena rientra, senza dover spingere troppo sul pedale dell'acceleratore. Da lì in poi, il copione è tutto così, un tira e molla con Siena che da gas, poi alza il piede, e Treviso che si rifà sotto. L'ultima ronfata della Montepaschi sul 69-63, con parecchio tempo per risalire da parte di Treviso. Siena aveva già dimostrato di non aver gran voglia, come sull'ultimo possesso del secondo periodo, concedendo tre rimbalzi offensivi e quattro tiri in cinque secondi alla Benetton. Gli va bene che tre nefandezze in tre azioni d'attacco sono rese inoffensive da due cagate di Nicevic (sassata da un centimetro, virata-e-tiro che ballonzola) e da un'entrata jellata di Bulleri. E' Domercant a rompersi i coglioni e siglare il +8, ma in realtà gli occhi sono ancora socchiusi dal sonno e alla Benetton sono concesse altre possibilità dal fato. Poi si sistema tutto, McIntyre percorre cinque metri come quelli del curling con la scopa e un'infrazione di passi di Eze diventa il quinto di Neal. Gli arbitri nel recinto a loro dedicato, confabulano con smorfie ed espressioni decisamente eloquenti. Su quella di McIntyre, un membro della gabbia accenna anche a Facchini il gesto dei passi, con risposta incomprensibile del destinatario. In ogni caso, colpevole Treviso. Nessuno scandalo, anche perché uno scafato come Bulleri ha comunque trasformato i pallini accanto ai nomi senesi in un albero di Natale. Treviso ha avuto una grande occasione, se l'è fatta sfuggire non approfittando della giornata storta della Montepaschi.
Infine, la conferenza stampa, dopo l'edificante merdata di Eze. Soragna è sicuramente cattivello, arcigno, rompicoglioni e furbetto: più invecchia e più diventa simile ad Abbio, che sul carognoso lo era. Eze non è come Abbio, non ne ha lo stile. Ecco appunto. Abbietto. Tale conferenza stampa in realtà un convegno di due ore. Sabba tendente al delirio, Mahmuti tendente all'incazzato, Pianigiani tendente al vaffanculo. "Eh, stare tre giorni fuori casa è comunque faticoso...": non starà la Mens Sana in un Hotel Montepizzo con i letti di compensato; visto come è andata a Moncalieri, saranno un cinque stelle con la Jacuzzi personalizzata per ogni giocatore, le tende di raso e i rubinetti d'oro.
Bella e intelligente la domanda "domani Siena giocherà la partita più difficile della sua storia recente?" (in effetti una finale di Coppa Italia, dopo aver giocato una semifinale di Eurolega, trasferte ad Atene, Mosca, Madrid, Istanbul, Barcellona, è sicuramente la partita più difficile della recente Montepaschi), simpatica e onesta la risposta...
Per la finale, ricordarsi dell'Uomo Che Fuma.